Manifesto che invita la popolazione al voto, parte di un programma "Cartoni animati e cittadinanza: vignette per la democrazia e elezioni pacifiche" in Costa d'Avorio

Conformemente al decreto che fissa la durata della campagna elettorale per le elezioni dei deputati all’Assemblea nazionale, la campagna, aperta il 26 febbraio, si è conclusa il 4 marzo. Lo scrutinio avviene a 4 mesi dalla contestata elezione presidenziale la cui campagna elettorale era stata macchiata da violenze.

L’opposizione aveva boicottato il voto presidenziale chiamando il popolo alla «disobbedienza civile». Il che non ha impedito la rielezione di Alassane Ouattara per un terzo mandato. Gli oppositori hanno quindi cambiato strategia e deciso di prendere parte alle legislative: si sono resi conto che “la politica della sedia vuota” rischia di portarli lontano dagli interessi della gente e di lasciare completa mano libera al potere.

Si va dunque a votare questa volta, per rinnovare un’Assemblea nazionale dominata dal partito del presidente. In lizza ci sono 1.300 candidati per eleggere 255 deputati in 205 circoscrizioni elettorali uninominali.

Fatto notevole: per la prima volta in dieci anni, la branca del Fronte popolare ivoriano (Fpi) dell’ex presidente Laurent Gbagbo presenta dei candidati sotto la bandiera di una coalizione di partiti chiamata Insieme per la democrazia e la sovranità (Eds).

Il gruppo ha stretto addirittura una alleanza elettorale con il maggiore partito di opposizione, il Partito democratico della Costa d’Avorio (Pdci), dell’ex presidente Henri Konan Bédié che, nelle ultime legislative (dicembre 2016), era alleato con il Rassemblement degli houphouetisti per la democrazia e la pace (Rhdp), al potere. Insieme, allora, avevano ottenuto la maggioranza assoluta (167 seggi su 255).

Oggi, Henri Konan Bédié vuole conquistare con Laurent Gbagbo la maggioranza per «evitare il consolidamento – dice ‒ di un potere assoluto nel nostro paese» e «riconciliare gli ivoriani». E ha invitato a recarsi in massa alle urne. «Il presidente Gbagbo e io stesso chiamiamo solennemente» tutti gli ivoriani «che cercano fraternità e democrazia a prendere parte alle legislative», e «in maniera massiccia», ha dichiarato in un messaggio letto alla stampa al suo domicilio a Abidjan.

I due non hanno riconosciuto la rielezione l’ottobre scorso del presidente Ouattara al terzo, controverso mandato, ma hanno concordato che era importante partecipare alle legislative.

L’alleanza Pdci-Eds ha portato anche all’accordo sui candidati: il centro del paese voterà per gli uomini del Pdci, l’ovest per i pro-Gbagbo. Questa alleanza non è però riuscita a riunire tutta l’opposizione. E quindi è da prevedere una dispersione di voti in uno scrutinio a un solo turno.

La macchina elettorale dell’Rhdp è in marcia già dal giorno dopo le presidenziali. Alassane Ouattara si è detto fiducioso in una «vittoria indiscussa» (ma come ottenere più dei 167 seggi attualmente occupati sui 255 dell’Assemblea?) del suo partito alle elezioni: «Dobbiamo affrontare la sfida e darci una larga maggioranza all’Assemblea nazionale dove siamo già maggioranza», ha dichiarato il presidente in occasione della cerimonia di investitura ad Abidjan dei candidati del suo partito.

Ha incoraggiato i candidati Rhdp «a continuare a parlare di ciò che abbiamo fatto e a migliorare la sorte dei nostri concittadini». «Il nostro bilancio parla per noi», ha detto ancora, citando in particolare l’aumento dei salari, la costruzione di nuove scuole, il miglioramento del sistema sanitario e l’elettrificazione del paese. Nei prossimi 5 anni tutti gli ivoriani dovrebbero disporre di elettricità!

Per l’Rhdp, il grande assente è il primo ministro Hamed Bakayoko, 55 anni, in Francia per ragioni di salute. È candidato nel suo feudo di Séguéla, nel nord del paese: «Avrei voluto che fosse al nostro fianco per lanciarci insieme, lui e io, in questa campagna», ha dichiarato Adama Bictogo, direttore esecutivo del partito al potere.

Intanto, i sostenitori di Laurent Gbagbo attendono impazienti il ritorno a casa del loro leader. Il che non avverrà prima delle elezioni, evidentemente. C’è chi parla di metà marzo. Arrestato nell’aprile di dieci anni fa, dopo una violenta crisi postelettorale che aveva provocato 3mila morti circa, Gbagbo era stato trasferito alla Corte penale internazionale (Cpi) all’Aia per esservi giudicato per crimini contro l’umanità.

Assolto nel gennaio 2019, da allora vive a Bruxelles aspettando una eventuale chiamata della procuratrice in scadenza della Cpi, Fatou Bensouda. La Cpi ha autorizzato Gbagbo a lasciare il Belgio se il paese in cui vuole recarsi accetta di riceverlo. Alassane Ouattara ha più volte assicurato di essere favorevole al suo ritorno che però si fa attendere.

La partecipazione dell’Fpi pro-Gbagbo e del Pdci fa seguito al riannodarsi di un dialogo tra Henri Konan Bédié e il presidente Ouattara, così come a dei gesti di pacificazione da parte del potere, tra cui la liberazione, benché condizionata, di diversi oppositori arrestati dopo le presidenziali del 31 ottobre 2020.

L’elezione era stata vinta alla grande da Ouattara, ma la sua vittoria era stata contestata dall’opposizione che ritiene incostituzionale questo terzo mandato. Le violenze elettorali legate al voto presidenziale hanno fatto 87 morti e quasi 500 feriti. Violenze ancora ben presenti negli spiriti. Appelli provenienti da tutti i partiti vogliono legislative che si svolgano in tutta tranquillità.

Una legge del 2019 impone ai partiti di presentare alle legislative un 30% di candidate donne. I conti però non tornano. Oggi solo 11% dei deputati sono donne. Il paese fa meno bene, per esempio, del vicino Togo (19%) o del Senegal (43%). Il Consiglio nazionale ivoriano dei diritti dell’uomo (Cndh) denuncia il fatto che tutti i partiti sono mancanti nei confronti del 30% di candidature femminili. Resta ancora molto da fare sul terreno, per un cambiamento di mentalità che permetta un maggior coinvolgimento politico delle donne.

Nel voler partecipare alle legislative, l’opposizione è certa di costringere Ouattara alla “coabitazione”. Si dice addirittura certa di ottenere la maggioranza assoluta e quindi il primo ministro. Lo decideranno le urne. Rimane vero che se il nord è acquisito a Ouattara, non sarà la stessa cosa nel sud, da sempre all’opposizione e molto più popolato.