Idrocarburi: l’Italia si lega mani e piedi al Nordafrica - Nigrizia
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Retroscena degli accordi
Idrocarburi: l’Italia si lega mani e piedi al Nordafrica
Libia, Algeria, Egitto: tre paesi centrali nelle politiche energetiche italiane. Meloni e Descalzi dell’Eni hanno chiuso affari miliardari, inevitabilmente connessi con l’instabilità politica dell’area e con la questione migranti
02 Febbraio 2023
Articolo di Giuseppe Acconcia
Tempo di lettura 10 minuti

Mentre la guerra tra Russia e Ucraina non accenna a concludersi e l’Iran è immerso nel vortice delle proteste e della repressione, le autorità italiane sono impegnate a concentrare più che mai gli sforzi in politica estera sul Nordafrica.

Non solo l’Algeria, diventata il principale sostituto del gas russo per l’Italia, ma anche la Libia, ancora invischiata nelle infinite divisioni tra Cirenaica e Tripolitania, e l’Egitto, impegnato a “ripulire” l’immagine di regime militare dopo il summit sul clima Cop27 di Sharm el-Sheikh

Libia-Italia: un hub del gas per l’Europa

La premier italiana, Giorgia Meloni, in visita a Tripoli lo scorso 29 gennaio, ha parlato del progetto di trasformare l’Italia nell’“hub del gas” che dal Mediterraneo centrale arriva in Europa. Meloni ha siglato un accordo da 8 miliardi di dollari che si pone gli obiettivi di aumentare la produzione di gas in Libia e garantire l’esportazione verso l’Europa. Non solo, sono state consegnate cinque motovedette alla Guardia costiera libica. Nessun accenno è stato invece fatto alla riparazione dei danni coloniali della presenza italiana in Libia.

Ai margini dell’incontro con il premier Abdul Hamid Dbeibah, è stato siglato un accordo tra Eni e compagnia petrolifera libica (Noc). «Un chiaro segnale che il settore petrolifero in Libia è privo di rischi», ha subito assicurato il presidente della Noc, Farhat Omar Bengdara.

Secondo l’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, l’intesa consentirà la produzione di 160 mila barili di petrolio al giorno per soddisfare il fabbisogno interno di energia elettrica in Libia e «un terzo delle capacità come export per necessità energetiche italiane».

La visita di Meloni, che ha sentito al telefono il generale di Tobruk, Khalifa Haftar, non ha mancato di esacerbare le divisioni interne tra il premier uscente, riconosciuto dalla comunità internazionale, Dbeibah, e il governo della Cirenaica, guidato da Fathi Bashaga.

Dagli accordi del 2019, Turchia e Russia si spartiscono la Libia in zone di influenza. Se, da una parte, Il Cairo ha sempre appoggiato il generale Haftar e le istituzioni di Tobruk in Cirenaica, insieme ad Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Russia, contractors della Wagner, milizie 201 e 604, e al premier in pectore Bashagha, che fatica a prendere le redini del potere; dall’altra, la Turchia con il Qatar, mercenari siriani e turcomanni, si sono schierati con le autorità di Tripoli, le milizie di Misurata, prima al fianco del governo di unità nazionale di Fayez al-Serraj e poi con il premier Dbeibah. Non solo, la guerra per procura continua con i droni cinesi Wing Loong, controllati dagli Emirati, messi a dura prova nei cieli di Tripoli e di Misurata dagli aerei turchi senza pilota Bayraktar che hanno dominato per mesi la Tripolitania.

L’inviato dell’Onu, Aboulaye Bathily, è impegnato in un tour de force per avviare un percorso di dialogo e di unità nazionale che rafforzi il ruolo geostrategico di Algeria e Tunisia per la formazione di istituzioni stabili e lo svolgimento di elezioni, rinviate lo scorso anno, entro la primavera.

Eppure il presidente della Camera di Tobruk, Aguila Saleh, e il presidente dell’Alto consiglio di Stato, Khaled al-Michri, hanno tentato di boicottare la mediazione Onu, volando al Cairo, e preparando una “roadmap” molto contestata sui punti della cittadinanza del nuovo presidente, dei candidati militari alla presidenza, voluti da Haftar, e sulla divisione di poteri tra presidente e primo ministro. Questo tentativo ha portato al rinvio dell’incontro per avviare il percorso di mediazione, voluto dalle Nazioni Unite, e che avrebbe dovuto aver luogo a Ghadames lo scorso 11 gennaio.

Da Berlusconi a Meloni: 25 anni di accordi a detrimento dei diritti

L’Italia è ormai da tempo impegnata a tornare a fare affari in Libia, schiacciata dagli interessi di Francia e Gran Bretagna, iperattive nel paese dopo i disastrosi attacchi della Nato del 2011, che hanno causato la fine del regime di Muhammar Gheddafi.

Ci aveva pensato nel maggio 2021, l’ex ministro degli esteri italiano, Luigi Di Maio, a parlare di investimenti italiani in Libia. Anche nella visita dell’aprile 2021 a Tripoli dell’ex premier italiano, Mario Draghi aveva parlato di cooperazione economica, ringraziando le autorità libiche per i “salvataggi in mare”.

Queste dichiarazioni avevano destato non poche polemiche, mentre continuano in Libia il business delle migrazioni, i crimini commessi nei centri di detenzione per migranti, le responsabilità delle milizie che tengono Italia e Unione europea sotto il ricatto di continui sbarchi.

Non è la prima volta che l’Italia ha riconosciuto il ruolo libico nella gestione dei flussi. Nel 1998, Gheddafi si mostrò incline a stipulare un patto con l’Italia per la lotta al terrorismo. Le cose non sono cambiate molto neppure con i governi di centrodestra. In virtù dell’accordo siglato nel 2008 tra il colonnello e l’ex premier, Silvio Berlusconi, in tema di gas e contenimento dell’immigrazione, Gheddafi instaurò un sistema di pattugliamento delle coste per contenere il traffico clandestino di disperati in fuga dai paesi subsahariani, sebbene la Libia non avesse aderito alla Convenzione sullo status dei rifugiati del 1951.

Dopo il 2011, l’Italia ha rinunciato a ricoprire un ruolo centrale in Libia in favore di altri paesi. Da quel momento le autorità italiane hanno fatto fatica a recuperare terreno, vedendo sempre più messi in pericolo gli interessi che l’ex colonizzatore aveva nel paese, in particolare in materia di accordi petroliferi, a favore di compagnie francesi e inglesi.

Anche l’ex premier Paolo Gentiloni ha più volte tentato di correre ai ripari, dichiarando di «non voler rassegnarsi alla dissoluzione della Libia» e proponendo un intervento di peacekeeping. Per questo non stupisce che, nonostante il caos, l’ambasciata italiana di Tripoli sia rimasta una delle poche in funzione mentre imperversava la guerra degli ultimi dieci anni.

Gli accordi di Minniti

Con le operazioni EunavforMed e Sophia, e gli accordi bilaterali tra Italia e Libia, voluti dall’ex ministro dell’interno, Marco Minniti, è andato crescendo il ruolo della corrotta guardia costiera e delle municipalità libiche nel controllo dei flussi, con la firma del Memorandum di intesa del 2017, sebbene i migranti che transitano per il paese siano stati sottoposti a regimi di detenzione duri e alla costante violazione dei loro diritti.

E così anche la Libia del post-Gheddafi ha continuato a essere un incubo per i migranti. Il governo islamista di Tripoli si era affrettato a stracciare l’accordo con il governo del Sudan che prevedeva una forza congiunta per la sicurezza delle frontiere tra i due paesi africani, mentre l’ex ministro della difesa libico, il colonnello Abdul Razzaq al-Shihabi, per controllare la frontiera con il Sudan, aveva puntato sulla cooperazione con il governo italiano con l’intento di organizzare una copertura satellitare dell’area.

Le coste libiche sono diventate così la strada più semplice per l’Europa per scafisti e contrabbandieri. A causa delle violenze e del caos, alimentati dagli interessi internazionali della guerra per procura, il numero di migranti che ha tentato di lasciare il paese è andato crescendo. Non solo, Amnesty International ha sempre puntato il dito anche contro le operazioni di Ricerca e soccorso in mare (Sar) e sul progressivo fallimento degli stati coinvolti, specialmente Italia e Malta, che non sono riusciti a raggiungere un accordo in merito all’estensione delle rispettive zone Sar.

Da Prodi a Berlusconi, da Gentiloni a Minniti e ora da Draghi a Meloni, i trafficanti libici continuano senza tregua a fare affari sulle spalle di disperati, usati come merce di scambio, per accreditarsi nei confronti di Ue e organizzazioni internazionali come gli unici interlocutori davvero capaci di tenere sotto controllo i crescenti flussi migratori nel Mediterraneo. Da Frontex a Mare Nostrum, da Triton a EunavforMed, i fallimentari tentativi europei di tenere sotto controllo un fenomeno alimentato dai conflitti regionali, mal gestiti da Stati Uniti, Russia, Francia e Gran Bretagna, hanno prodotto effetti dirompenti di cui l’Italia per prima ha continuato a subire le conseguenze.

Italia-Algeria: alla ricerca della sponda Sud nel Mediterraneo centrale

Prima di far visita a Tripoli, Meloni si era recata anche in Algeria. Con rapporti commerciali bilaterali che hanno raggiunto i 20 miliardi di dollari nel 2022, Italia e Algeria hanno firmato un progetto per la realizzazione del gasdotto Galsi (Gasdotto Algeria-Sardegna-Italia) che porterà gas, idrogeno ed elettricità dalle coste algerine alla Sardegna. Si tratta di un progetto sottomarino lungo 284 chilometri che partirà dal porto algerino di Koudiet Draouche. Meloni ha presentato l’Algeria come «il principale fornitore di gas dell’Italia» e ha annunciato la firma di altri due accordi tra Eni e l’algerina Sonatrach per l’aumento di esportazioni di gas dall’Algeria all’Italia.

In questo quadro si sono inserite anche le numerose visite del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, dell’ex premier e dell’ex ministro degli esteri italiano, Mario Draghi e Luigi Di Maio, ad Algeri insieme all’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi degli ultimi anni.

Toufik Hakkar, amministratore delegato della compagnia algerina Sonatrach si era immediatamente detto pronto a fornire più gas all’Europa attraverso l’Italia e il gasdotto Transmed per un valore iniziale di 16 miliardi di metri cubi all’anno. Inoltre, con l’incremento di 4 miliardi di metri cubi, annunciato nel luglio 2022, Algeri si è trasformato nel primo fornitore di gas per l’Italia, portando già la scorsa estate a 16 miliardi di dollari i rapporti commerciali bilaterali. L’Algeria è stata così più volte presentata come un partner affidabile per bilanciare il calo di forniture energetiche causato dal conflitto in corso, ridisegnando così gli equilibri in tema di forniture di gas nel Mediterraneo centrale.

Gli impegni con i militari egiziani

Infine, lo scorso 22 gennaio, si è recato in visita al Cairo, il ministro degli esteri, Antonio Tajani. Pochi giorni prima lo stesso Tajani aveva visitato Tunisi, insieme al ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi. Nell’incontro bilaterale con il suo omologo egiziano, Sameh Shoukry, si è parlato di «sicurezza energetica, cooperazione economica» e di Libia, riconoscendo il ruolo centrale ricoperto dal Cairo in Cirenaica.

Lo scorso gennaio, Eni aveva annunciato una nuova scoperta di gas nel terminal esplorativo di Nargis-1. Nel 2015, venne scoperto il prospetto esplorativo Zohr IX, nelle acque territoriali egiziane, 107 chilometri a largo della città costiera di Port Said e 200 chilometri dalla piattaforma Eni di Temsah, nel blocco Shorouk, concesso in gestione al Cane a sei zampe dopo l’accordo del gennaio 2014 tra il ministero del petrolio egiziano e l’Egyptian Natural Gas Holding Company (EGAS). 

Secondo il ministro del petrolio egiziano, Tarek el-Molla, la capacità produttiva di Zohr a partire dal 2020 avrebbe superato i 3 miliardi di piedi cubi di gas naturale al giorno. Il giacimento è diventato così il più grande del Mediterraneo orientale.

Con l’avvio dei colloqui tra Turchia ed Egitto per la gestione del gas nel Mediterraneo orientale e per il superamento delle divisioni tra fazioni libiche, e con le difficoltà incontrate dalla mediazione delle Nazioni Unite per costruire un percorso di unità nazionale in Libia, l’Italia sta tentando in tutti i modi di ritagliarsi un ruolo diplomatico nel Mediterraneo centrale e orientale. Questo tentativo tardivo punta tutto sullo sfruttamento delle risorse energetiche della regione a detrimento dei diritti delle opposizioni locali e dei migranti, rinchiusi nei lager libici.

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