Da Nigrizia di febbraio 2011: Usa-Africa e le rivelazioni di WikiLeaks
Informazioni riservate tra le ambasciate Usa di vari paesi e il governo di Washington: documenti diplomatici divulgati su Internet da WikiLeaks. Non destano particolare sorpresa, ma confermano i principali punti di attenzione del governo americano in Africa: traffici di droga, petrolio, terrorismo, penetrazione cinese… Soffermiamoci su alcuni aspetti.

Il sito WikiLeaks, gestito da un’organizzazione che fa capo a Julian Assange, ha cominciato lo scorso novembre a rendere pubbliche informazioni diplomatiche americane che dovevano rimanere sottotraccia. C’entra anche l’Africa. Vediamo come.

 

Da una nota della segreteria di stato Usa dell’aprile 2009, si apprende che Washington ha dato istruzione ai propri diplomatici di raccogliere, ai fini d’identificazione, il Dna, le impronte digitali e la scansione dell’iride dei loro interlocutori nell’Africa dei Grandi Laghi.

 

Spostandoci in Libia, ci s’imbatte in una segnalazione dell’ambasciata Usa a Tripoli, del 9 settembre 2009: Muammar Gheddafi non viaggia senza Galyna, la sua infermiera ucraina, definita «una voluttuosa bionda»; non ama soggiornare nei piani alti degli edifici e preferisce non volare troppo a lungo sul mare. Un altro appunto del 2 febbraio 2008 raffronta il comportamento scandaloso di due figli di Gheddafi, Mutassin e Hannibal, «degni di una soap opera», con quello più ponderato di un terzo figlio, Saif Al-Islam Muammar, indicato dall’opinione pubblica libica come favorito alla successione del padre.

 

Nella galleria delle personalità da sorvegliare, ecco un’informazione proveniente da Abidjan (Costa d’Avorio) il 18 giugno 2008: Charles Blé Goudé, leader delle milizie patriottiche ivoriane, gode del sostegno di Laurent Gbagbo, allora presidente, che interviene a più riprese presso l’Onu per far togliere le sanzioni a questo «personaggio controverso». Sanzioni motivate dagli appelli di Goudé ad attaccare le truppe Onu e dall’implicazione delle sue milizie in esecuzioni extragiudiziarie. In questo contesto, si dice anche che, secondo l’ambasciata francese, Goudé è diventato un ricco uomo d’affari (alberghi, ristoranti, immobili) e si fa remunerare per le sue attività di servizio da Gbagbo e dal suo partito, il Fronte popolare ivoriano.

 

Ed eccoci in Eritrea: emerge un ritratto poco incoraggiante del presidente Isaias Afwerki. Il 20 aprile 2008, Mahmud Ali Yussuf, ministro degli esteri di Gibuti, lo definisce «un folle». E nel giugno 2009, il responsabile dei servizi di sicurezza dell’Etiopia, Getachew Assefa, confida a Donald Yamamoto, ambasciatore Usa ad Addis Abeba, che, secondo una guardia del corpo del presidente, fuggita da Asmara, «Afwerki vive da recluso », passa il tempo a dipingere o a fare piccoli lavori in legno e prende le sue decisioni senza consultare nessuno.

 

Curioso anche il resoconto del 20 ottobre 2009 dell’ambasciata Usa di Bruxelles a proposito della visita ad Harare (Zimbabwe) del commissario Ue allo sviluppo, Karel De Gucht. Il commissario giudica il presidente Robert Mugabe «in forma e in posizione di forza» e valuta che il tempo giochi a favore del partito di Mugabe, «che va ricostruendosi»…

 

L’ambasciata Usa a Monrovia (Liberia), in una nota del 10 marzo 2009, si dice preoccupata dell’ipotesi, avanzata dal procuratore del Tribunale speciale per la Sierra Leone, di liberare Charles Taylor (ex presidente liberiano, accusato di crimini di guerra e contro l’umanità) per ragioni di bilancio. E conclude che, in caso di assoluzione o di sentenza lieve, il ritorno in Liberia di Taylor potrebbe compromettere il fragile processo di pace.

 

Rimanendo nell’area, il 18 febbraio 2010 l’ambasciata Usa a Dakar (Senegal) ipotizza che il presidente Abdoulaye Wade e suo figlio Karim stiano preparando una «successione dinastica».

 

Scandali e corruzione

 La corruzione è un tema ricorrente nelle informazioni riservate. Il 24 luglio 2007, si apprende che Edward Hoseah, direttore generale dell’ufficio anticorruzione del governo della Tanzania, ritiene che il presidente Jakwaya Kikwete sia reticente a coinvolgere il suo predecessore Benjamin Mkapa in scandali di corruzione. Il caso più importante è l’affaire di 40 milioni di dollari concluso nel 2002 tra la Tanzania e l’impresa britannica Bae Systems, che ha visto coinvolto l’allora ministro della difesa: dovevano essere risorse per lo sviluppo, ma sono state spese per un sistema di difesa aerea.

 

Un altro stato nel mirino Usa è il Mozambico. Il 28 gennaio 2010, un’informazione proveniente da Maputo racconta le frustrazioni di una fonte circa «il controllo completo dell’economia lecita e illecita» da parte del partito al potere, il Frelimo, del presidente Armando Guebuza e di un uomo d’affari pakistano, denominato Mohamed Bashir Suleiman. La fonte descrive Guebuza come «uno scorpione vizioso che sta per pungerti», e produce una lunga lista delle aziende del presidente nei diversi settori: telefonia, porto di Maputo, petrolio, strade a pedaggio… L’accusa più grave riguarda una commissione di 40 milioni di dollari che sarebbe stata percepita da una società controllata da Guebuza sulla vendita, da parte del Portogallo al Mozambico, della diga di Cabora Bassa.

 

Il 12 dicembre 2008, arriva da Harare (Zimbabwe), sulla base di una confidenza del presidente-direttore generale della società mineraria African Consolidated Resources, la conferma che il governatore della Banca centrale, Gideon Gono, la moglie del presidente Grace Mugabe, il vicepresidente Joyce Mujuru e il ministro delle miniere sono implicati nel commercio dei diamanti tinti di sangue di Marange. Un’altra informazione, del 9 gennaio 2009, cita il rapporto di una organizzazione non governativa, secondo cui i cadaveri di 200 persone, uccise da polizia ed esercito a Marange, si trovano all’obitorio di Mutare.

 

Ossessione Cina

 Una delle ossessioni di Washington è l’espansione di Pechino in Africa. Lo testimonia un’osservazione che arriva da Lagos (Nigeria) e che cita il pensiero di Johnnie Carson, segretario aggiunto Usa agli affari africani: «La Cina è un concorrente economico aggressivo, pericoloso e senza morale».

 

Un rilievo simile parte da Yaoundé (Camerun) il 18 febbraio 2010: «I camerunesi sembrano sempre più diffidenti nei confronti dell’impegno della Cina nel loro paese». Il documento evoca anche l’espansione delle piccole e medie imprese cinesi, «la frustrazione verso la concorrenza di prodotti contraffatti cinesi» e il basso numero di occupati locali nei progetti in mano ai cinesi. La popolarità cinese ha subito un duro colpo a partire dal 2006, quando si scoprì una filiera di contrabbando d’avorio verso Pechino.

 

Un problema, quest’ultimo, che ha toccato anche il Kenya: un’informazione del 17 febbraio 2010 riporta un dato del Kenya Wildlife Service, secondo il quale è cinese il 90% dei trafficanti d’avorio arrestati all’aeroporto “Jomo Kenyatta” di Nairobi. E dalla capitale del Kenya, il 12 febbraio 2010, si constata che «le imprese cinesi sono tra le pochissime che inviano tecnici in Somalia per mantenere efficienti le attrezzature». La Cina avrebbe anche acquisito dei diritti su alcuni blocchi petroliferi nel Puntland, uno stato nato dal disfacimento della Somalia, non riconosciuto dalla comunità internazionale.

 

Ma l’approccio con la Cina non è sempre così duro. Il 27 gennaio 2009, l’ambasciatore Usa a Luanda (Angola), Dan Mozena, auspica di poter realizzare progetti assieme al suo omologo cinese, Bolum Zhang. Un’altra informazione, sempre da Luanda, del 26 febbraio 2010, citando l’ambasciatore cinese, indica che la Cina nel 2009 ha rimpatriato metà dei 50mila lavoratori presenti nel paese: questo perché il governo di Luanda non sarebbe stato nelle condizioni di pagarli.

 

Prudenza anche dopo il mandato d’arresto della Corte penale internazionale contro il presidente del Sudan, Omar El-Bashir, per crimini contro l’umanità nella regione del Darfur: la consiglia vivamente al suo governo l’inviato speciale cinese, Zhai Jun.

 

Il consolato Usa di Shanghai, il 4 aprile 2009, sulla base di confidenze raccolte nel mondo universitario, lascia intendere che il governo cinese non è impermeabile alle critiche e sta scommettendo sull’Africa. Alcuni professori si aspettano che, nell’arco di un decennio, numerose imprese cinesi del settore manifatturiero trasferiranno la loro produzione in Africa per sfuggire all’aumento dei salari e dei costi di produzione in patria. Perciò, Pechino dovrebbe continuare a investire nelle infrastrutture, nell’educazione e formazione, nel trasferimento di tecnologie in Africa.

 

A proposito di Cina, l’idea lanciata dall’Ue un paio di anni fa di un dialogo con Pechino riguardo all’Africa non piace agli africani. Lo si apprende da un’informazione dell’11 febbraio 2010. L’ambasciatore del Kenya, Julius Ole Sunkuli, ha dichiarato ai diplomatici Usa di stanza nella capitale cinese che gli africani sono «molto inquieti» riguardo a ciò e ritengono di non aver nulla da guadagnare da una cooperazione tra Cina e Occidente. In sostanza, non vogliono ingerenze Ue e Usa nelle loro relazioni con la Cina.

 

Va detto anche che non tutto riesce bene alla Cina in Africa. Il 2 dicembre 2009, un’informazione dell’ambasciata Usa di Abuja (Nigeria) cita due responsabili della Nigerian National Petroleum Company: affermano che le compagnie petrolifere cinesi hanno compiuto molti errori e che il comportamento dei cinesi in Sudan e in Ciad non li ha resi popolari in Nigeria; i cinesi non saprebbero discutere con un governo democratico, né rispetterebbero le leggi locali.

 

I cartelli della droga

 Un altro aspetto che preoccupa non poco gli Stati Uniti è la penetrazione in Africa dei cartelli della droga, sud-americani o asiatici. Una relazione dell’ambasciata Usa di Maputo, del 16 novembre 2009, afferma che la cocaina arriva in Mozambico per via aerea dal Brasile, passando da Johannesburg, Lisbona o Luanda. All’arrivo, passeggeri e bagagli non subiscono i controlli doganali o di polizia. La droga è poi contrabbandata, via terra, verso il Sudafrica, dove in parte va a rifornire il mercato locale, in parte viene spedita in Europa. I trafficanti corrompono poliziotti e addetti alla dogana, tanto che il direttore di dogana, Domingos Tivane, avrebbe accumulato una fortuna di oltre un milione di dollari.

 

L’altra filiera, quella dell’eroina e dell’hashish, parte dal Pakistan, dall’Afghanistan e dall’India. Due reti principali, entrambe dirette da pakistani, sono sotto accusa; in particolare, quella che fa capo a Mohamed Bashir Suleiman avrebbe «una stretta relazione» con l’ex presidente Chissano e l’attuale presidente Guebuza. L’uno e l’altro finanzierebbero elementi islamisti. Lo scorso dicembre, la Renamo, partito di opposizione, ha tentato senza successo di avviare un dibattito parlamentare su questo tema.

 

Il 9 gennaio 2006, l’ambasciata di Nairobi invia a Washington una comunicazione in cui si dice che i cartelli internazionali si sono aperti una via in Kenya, corrompendo, intimidendo e uccidendo, per poter agire con una relativa impunità. Il 6 e il 15 agosto 2008, si apprende da Freetown (Sierra Leone) che la polizia locale ha ricevuto istruzioni dal presidente Ernest Koroma di non agire contro il ministro dei trasporti, Kemoh Sesay, il cui nome è apparso in un’inchiesta su un traffico di cocaina. Il 10 novembre 2009, l’ambasciata di Accra (Ghana) cita un responsabile britannico della lotta alla droga, il quale afferma che il presidente John Evans Atta Mills gli ha chiesto delle microspie per poter controllare il proprio entourage.

 

La droga preoccupa anche il comandante in capo di Africom (struttura del dipartimento Usa della difesa), generale William Ward. Secondo un’informazione del 20 giugno 2008, proveniente da Madrid, il generale, parlando con ufficiali spagnoli, afferma che in Guinea-Bissau le isole funzionano come stati indipendenti: alcune dispongono di una pista d’atterraggio dove gli aerei dei trafficanti sud-americani vanno e vengono all’insaputa delle autorità di Bissau. Questo ruolo è confermato da un’informazione del 1° febbraio 2010: secondo documenti trovati su un Boeing 727, schiantatosi nel nord del Mali, risulta che l’aereo era registrato a Bissau, operava in Venezuela con equipaggi nigeriani ed effettuava voli tra Colombia e Mali.

 

Al-Qaida e petrolio

 Molte informazioni suggeriscono un cattivo coordinamento dei governi del Nord Africa nella lotta contro Al-Qaida nel Maghreb islamico (Aqmi). Una nota inviata da Bamako (Mali), il 1° dicembre 2009, sostiene che, nel corso di un incontro con il gen. Ward, il presidente Toumani Touré confida che il presidente algerino Abdelaziz Bouteflika nutre «forti dubbi » sulla determinazione del Mali di combattere il terrorismo, e afferma che l’esercito algerino è infiltrato dai salafiti (movimento che propugna il ritorno alle fonti dell’islam). Nel gennaio 2010, ufficiali marocchini confidano al gen. Ward che Mauritania e Mali non sono capaci di controllare il proprio territorio.

 

E veniamo al petrolio. È al centro degli interessi Usa, in particolare quello nigeriano. Lo ribadisce Johnnie Carson, segretario aggiunto agli affari africani, in una nota del 23 febbraio 2010, dopo aver incontrato alcuni uomini politici nigeriani. Spiega che le principali aree petrolifere sono sfruttate a dovere, ma le altre hanno quantità di petrolio molto inferiori. Uno dei problemi, secondo un responsabile della Chevron, è che la partecipazione del 10% delle comunità locali nei progetti porterà loro vantaggi inferiori alle attese: ciò può provocare forti reazioni. Carson teme che, nell’arco di 25 anni, la Nigeria si possa trasformare in una sorta di Pakistan, con masse impoverite, un’élite fortunata e il radicalismo islamico imperante nel nord.

 

Intanto, ci sono problemi di sicurezza, come si apprende da un’informazione del 29 gennaio 2010: nel 2009 i siti petroliferi sono stati oggetto di 80 attacchi. Infine, c’è la corruzione, che vedrebbe coinvolteimportanti personalità, tra cui la moglie del defunto presidente, Umaru Musa Yar’Adua.

 

Tim O’Hanlon, vicepresidente per l’Africa dell’impresa irlandese Tullow, ha confidato a diplomatici statunitensi (che hanno già dichiarato di credergli) che i ministri ugandesi dell’energia e della sicurezza, Amama Mbabazi e Hilary Onek, avrebbero ricevuto «compensi» dalla vendita all’italiana Eni dei diritti di sfruttamento di un giacimento petrolifero sul Lago Alberto. Diritti che in precedenza erano posseduti dalla Heritage Oil, partner della stessa Tullow. Lo si legge in un’informazione del 17 dicembre 2009. Ora la ExxonMobil vorrebbe, a sua volta, questo permesso di sfruttamento. Secondo O’Hanlon, la holding italiana nel settore degli idrocarburi avrebbe creato un’impresa di facciata per versare la tangente a Mbabazi. L’Eni ha smentito seccamente.

 

All’epoca, l’ambasciata Usa di Kampala (Uganda) ha preso molto seriamente queste informazioni e raccomandato di negare il visto d’ingresso a Mbabazi. Ma non è successo nulla. Appena l’informazione è diventata di dominio pubblico, O’Hanlon ha fatto pubblicare sul quotidiano New Vision una lettera di scuse rivolta ai due ministri e al presidente Museveni, sostenendo che si tratta «solo di chiacchiere».

 

Al termine di questa disamina, va ricordato che le informazioni riservate divenute di dominio pubblico non si riferiscono necessariamente a fatti dimostrabili, ma – cosa molto diversa – sono discorsi o analisi fatti da diplomatici Usa.

 

 

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Le non rivelazioni sul Maghreb

 I documenti pubblicati su WikiLeaks relativi ai paesi del Maghreb non hanno rivelato nulla di nuovo. I paesi più bistrattati sono Marocco e Tunisia. I diplomatici americani sembrano interessarsi soprattutto alla “corte dei miracoli” che circonda il re, Mohammed VI (nella foto), e la famiglia reale marocchina, i quali fanno pagare il pedaggio a chiunque voglia avventurarsi in affari. Nel Sahara Occidentale occupato sono soprattutto i militari ad approfittarne.

 

Anche in Tunisia è la famiglia, più precisamente la moglie dell’ex presidente Ben Ali, a essere messa in causa per corruzione. Ma è l’ingessatura del regime a preoccupare soprattutto gli americani, che speravano nella possibilità dell’Unione europea di convincere Ben Ali a intraprendere riforme politiche. Sono, tuttavia, Francia e Italia, i due primi partner commerciali di Tunisi, ad esitare. Gli affari, intanto, continuano. (Carlo Stella)





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