Militari delle Fardc in Nord Kivu

Nelle martoriate terre dell’Est il nuovo governo della “Union Sacrée”, messo in piedi dal presidente Felix Tshisekedi, smarcatosi ormai dal controllo dell’ex uomo forte del paese, Joseph Kabila, prova, almeno sulla carta, a fare sul serio per garantire la sicurezza alle popolazioni.

Ѐ scattato lo stato d’assedio il 6 maggio scorso nelle regioni dell’Ituri e del Nord Kivu, territorio dov’è avvenuto l’agguato mortale al convoglio del Programma alimentare mondiale con cui viaggiavano l’ambasciatore italiano Luca Attanasio, il carabiniere Vittorio Iacovacci e l’autista Moustapha Milambo il 22 febbraio scorso.

Terre che da lunghi anni, ma in modo ancora più eclatante dal 2014, vivono abbandonate dalle autorità dello Stato, sotto il fuoco di continue incursioni di gruppi armati per il controllo di terre e minerali. «E’ da 20 anni che si prepara la balcanizzazione di queste terre – denuncia il vescovo di Butembo-Beni, Monsignor Sikuli Paluku Melchisedech – dove dal 2013, secondo i calcoli della Conferenza episcopale congolese, abbiamo avuto più di 6mila morti a Beni, oltre 2mila a Bunia, capitale dell’Ituri, nel solo 2020, con almeno 3 milioni di sfollati e circa 7.500 persone rapite».

Con lo stato d’assedio per un mese, prorogabile ogni 15 giorni, l’esercito ha preso il posto delle autorità civili anche se, da subito, si è alzata la protesta, perché i nuovi governatori militari delle due regioni in questione non sembrano avere tutti i requisiti per garantire la sicurezza alle popolazioni, avendo militato in passato in gruppi armati che di quelle terre hanno fatto man bassa e sono accusati di vari crimini contro i civili.

Ma il presidente Tshisekedi, che ha promesso di reinstaurare la sicurezza in tutto il territorio nazionale, li difende a spada tratta in un discorso tenuto ieri a Lubumbashi, capitale della regione del Katanga, tacciando i loro detrattori di «sourciers» (stregoni) accusa gravissima verso coloro che «vogliono continuare a vedere scorrere il sangue dei congolesi».

Nel caos dell’Est, orchestrato ad arte da tutta una serie di attori, come autorità locali, eserciti nazionali, gruppi armati, multinazionali, imprese di commercializzazione e Stati stranieri (su tutti Rwanda, Uganda e Burundi che lavorano per conto terzi), ci sta che gli attori cambino spesso casacca, visto che le mutue complicità vanno a nozze per alimentare i diversi appetiti che si sfamano a detrimento delle popolazioni locali continuamente massacrate, private delle terre, sventrate nella dignità.

Come dimostra l’agguato di ieri contro contadini che tornavano dai campi alle porte di Beni e quello di questa mattina, alle prime ore del giorno, contro i civili nel villaggio di Mangomba, sempre nel territorio di Beni, dove le forze dell’esercito (Fardc) sono intervenute per contrastare le milizie ribelli, lasciando un morto sul terreno.

Ora si tenta la svolta e ognuno, nel paese, è chiamato a fare la sua parte, visto che l’inefficacia dell’operazione dei caschi blu dell’Onu – il contingente della Monusco con oltre 17.500 caschi blu dispiegati all’Est per garantirne la sicurezza – è sotto gli occhi di tutti, come dimostrato dalle tante, anche recenti, manifestazioni di protesta da parte della popolazione di Beni che ne chiede la partenza.

Tshiskedi stesso – che ha anche il mandato annuale della presidenza dell’Unione africana – corre da una parte all’altra del paese e mette il naso anche fuori, nel tentativo di trovare qualche sostegno esterno.

Il 12 maggio era a Kampala, capitale dell’Uganda, per l’investitura del presidente Yoweri Museveni che inizia il suo sesto mandato e per sigillare l’accordo tra gli eserciti dei due paesi che si sono ritrovati domenica scorsa a Beni per coordinare la costruzione di un centro operativo congiunto di lotta al sedicente gruppo armato delle Adf (Alleanza delle forze democratiche), originario dell’Uganda, molto attivo negli attacchi in Nord Kivu e recentemente introdotto nella lista dei gruppi terroristici dagli Usa.

Accordo non scontato tra i due paesi, visto il contenzioso storico della guerra che li ha visti su fronti opposti, dal 1998 al 2003, e per il quale la Repubblica democratica del Congo chiede ancora il risarcimento di 4.3 miliardi di dollari per i danni subiti.

Il parlamento ha appena approvato lo “sforzo di guerra”, una misura che ricorda proprio i tempi dei conflitti in tanti paesi africani: i deputati dell’Assemblea nazionale si privano di 500 dollari al mese (verificheremo se alla fine del mese il taglio sarà effettivo), sui 4.000 che ricevono, per dar man forte ai militari dispiegati sul terreno.

Lunedì un contingente militare è arrivato a Bunia, in Ituri, e un altro a Goma, nel Nord Kivu, guidato dal tenente generale Constant Ndima Kongba, che una volta insediatosi, ha dichiarato che i gruppi armati stranieri devono andarsene al più presto. Su questo c’è da attendere la reazione del confinante Rwanda che controlla, attraverso i suoi diversi canali, ogni spostamento e interesse all’Est.

Anche l’opposizione fa la sua parte. La coalizione Lamuka, un cartello che riunisce la società civile, tante organizzazioni di difesa dei diritti umani e alcuni partiti dell’opposizione, sta organizzando per domani una messa di solidarietà con le popolazioni dell’Est.

Mentre da quelle terre arriva la comunicazione pastorale del Vescovo di Butembo-Beni (del 6 maggio), a tutti gli agenti pastorali e ai fedeli della Diocesi, nella quale, di fronte allo stato d’assedio, rinnova la sua solidarietà e vicinanza alle vittime e invita, da una parte, la sua gente a vivere con serenità, vigilanza e prudenza senza scoraggiarsi questo tempo di passione e, dall’altra, le autorità a fare di tutto per assicurare la pace in quelle terre. Commenta per Nigrizia padre Vincenzo Trasparano, missionario comboniano a lungo all’Est della Rd Congo, appena rientrato in Italia:

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