È saltato subito all’occhio che i veicoli del Pam (Programma alimentare mondiale) su cui viaggiavano le vittime dell’imboscata, l’ambasciatore italiano nella Repubblica democratica del Congo (Rd Congo) Luca Attanasio, il carabiniere Vittorio Iacovacci e l’autista Mustapha Milambo Baguna, fossero senza scorta della Monusco, l’operazione di mantenimento della pace, del tutto inefficace, dell’Onu.

Gli stessi che non hanno considerato a rischio quella strada, l’asse Goma-Rutshuru tra le più pericolose del paese. Dove proprio ieri il magistrato militare Williams Mulahya Hassan Hussein è stato ucciso in un’ennesima imboscata. Nella zona i massacri continuano con 32 civili uccisi solo nell’ultima settimana.

E i caschi blu dell’Onu cosa fanno nelle regioni dell’Ituri, del Nord e Sud Kivu da anni sotto attacco dei gruppi armati? La Monusco conta su in dispositivo di ventimila uomini in un operazione che costa un miliardo di dollari l’anno: non sono forse da cercare tra loro i traditori di cui parla la moglie dell’ambasciatore?

Un uomo che, non si accontentava del lavoro diplomatico ma che sosteneva progetti umanitari e di sviluppo legati al mondo missionario e delle organizzazioni umanitarie. Luca era un uomo integro e negli ambienti diplomatici era inviso perché voleva andare in fondo alle cose, soprattutto quando si trattava della solidarietà verso i più sofferenti.

Voleva toccare con mano le destinazioni dei fondi per gli aiuti umanitari, non raramente dirottati su altre finalità da ong e organizzazioni internazionali e soprattutto era in possesso di informazioni scomode sui massacri nella zona. Le sue visite regolari all’ospedale di Panzi per incontrare il dott. Mukwege – premio Nobel per la pace 2018 e strenuo difensore delle vittime innocenti al punto di chiedere un Tribunale penale internazionale per la Rd Congo – destavano sospetti ai livelli alti.

Soprattutto che si parlasse di uccisioni di massa. È forse per paura che rivelasse quanto scoperto e vedesse con i suoi occhi qualcosa di losco che gli hanno chiuso la bocca come fecero con il vescovo Munzihirwa, i preti canadesi Simard e Pinard e con tanti altri testimoni di verità scomode?

Nel 2018 vennero sequestrati e uccisi l’americano Michael Sharp e la svedese Zaida Catalan, funzionari Onu, per aver scoperto l’uccisione di massa di 40 agenti di polizia nella regione del Kasai. Quasi nessuno ne ha parlato, nemmeno negli Usa. Quella terra volutamente tenuta nel caos, carica di misteri, ha troppo da nascondere.

Goma, territorio rwandese

Del resto tutta l’area di Goma, capoluogo del Nord Kivu, è di fatto e illegalmente territorio rwandese. Conquistata pezzo dopo pezzo sin dal lontano 1994 in cui è scoppiato il vicino Rwanda con i due genocidi: quello degli hutu verso i tutsi e poi l’inverso. Fino a portare alla ribalta l’attuale presidente Paul Kagame, braccio lungo sui minerali congolesi, di Stati Uniti, Inghilterra e Canada che si spartiscono lo “scandalo geologico” dell’est della Rdc.

Minerali in cambio di Kalachnikov: chi vive nella zona lo sa bene come funziona. Più regna il caos e meglio si ruba. Sono quasi novanta le multinazionali coinvolte nell’estrazione di cobalto, coltan, oro, diamanti, stagno, gas. E innumerevoli sono i siti informali dove scavano con le mani tantissimi minori. C’è anche petrolio da estrarre proprio in quel parco del Virunga, noto per gli ultimi esemplari di gorilla da montagna, in cui i ranger sono corsi in difesa di Luca Attanasio dopo aver sentito gli spari.

Operazione “Milano”

Le autorità della Rdc hanno subito accusato del massacro l’Fplr (Fronte patriottico di liberazione del Rwanda) il movimento ribelle, composto in gran parte da hutu rwandesi, il più numeroso nella zona. Ma la pista non sembra quella giusta.

Fonti rwandesi, verificate nel dettaglio e confermate da diversi congolesi contattati, invitano a guardare oltre confine, verso il vicino Rwanda e si spingono ad affermare che l’ambasciatore italiano nella Rd Congo è stato assassinato nell’operazione “Milano”, preparata nella guarnigione marina di Butotori dal colonnello Jean Claude Rusimbi, ex militare nella rivolta guidata da Laurent Nkunda, signore della guerra indagato dalla corte internazionale per crimini contro l’umanità, oggi uno dei responsabili dell’intelligence rwandese nella regione militare del Nord Kivu.

Secondo il Rapporto Mapping delle Nazioni Unite, che documenta 617 casi di gravi violazioni dei diritti umani avvenuti nella Repubblica democratica del Congo tra il marzo 1993 e il giugno 2003, Rusimbi è uno dei sospettati delle stragi di Rutshuru e Masisi.

Quando Rusimbi, membro del Fronte patriottico rwandese (Fpr, il partito-stato che governa il Rwanda), ha appreso che l’ambasciatore era venuto a conoscenza di molte informazioni su queste uccisioni di massa nella Rd Congo e voleva visitare i siti sospetti (fosse comuni) dove erano state seppellite vittime innocenti, avrebbe pianificato di eliminarlo e avrebbe inviato il luogotenente “Didier” nei pressi di Goma. Quest’ultimo sarebbe arrivato sul posto domenica 21 febbraio con altri 4 soldati addestrati come killer.

Eseguito l’omicidio, gli assassini avrebbero fatto ritorno a Rubavu in Rwanda attraversando Kanyarucinya per fare rapporto a chi di dovere. Soprattutto alla testa dell’operazione: Paul Kagame, da oltre 25 anni presidente del Rwanda, e deus ex machina che controlla la regione dei Grandi Laghi per conto terzi. 

Un segnale a Tshisekedi

Del resto un’operazione che ha portato alla ribalta internazionale i drammi della Rd Congo non avviene a caso. Si sviluppa in un contesto politico molto delicato in cui l’attuale presidente Felix Tshisekedi, proclamato vincitore alle presidenziali del dicembre 2018 – elezioni considerate truccate da molti osservatori –, si è sbarazzato dell’alleanza sempre più insostenibile con l’ex uomo forte del paese, Joseph Kabila, nonché uomo di fiducia di Paul Kagame.

Estromesso dai giochi politici nazionali dopo la formazione di una nuova alleanza politica denominata “Union sacrée”, caratterizzata da molti sospetti di corruzione di deputati e senatori, Joseph Kabila si è ritirato prima nella sua regione del Katanga, a sud est della Rd Congo, e poi a Dubai per cercare appoggio internazionale.

Portando i riflettori sull’insicurezza nel paese, Kagame, che non teme certo il progetto dell’ “Union sacrée”, dà un segnale chiaro a Tshisekedi: gli ribadisce ancora una volta chi comanda in tutta l’area dei Grandi Laghi, giustifica la presenza di militari rwandesi oltre confine e si serve del caos per portare avanti il suo disegno di balcanizzazione della Rd Congo.