Il vicepresidente del Consiglio sovrano Mohamed Hamdan Dagalo (a destra) e il leader della coalizione delle Forze per la libertà e il cambiamento, Ahmad al-Rabiah (a sinistra), si stringono la mano dopo aver firmato un accordo a Khartoum il 17 luglio 2019 (Screenshot)

Dopo il fallito tentativo di colpo di stato dello scorso 21 settembre sembra aggravarsi la già critica situazione del Sudan. Dal punto di vista politico non accenna a diminuire la tensione tra l’ala militare e quella civile delle istituzioni transitorie che attualmente governano il paese.

Il 7 ottobre le Forze per la libertà e il cambiamento (Forces for Freedom and Change – Ffc) si sono riunite per discutere dei numerosi gravi problemi che in questo momento rischiano di bloccare il processo di transizione verso istituzioni democraticamente elette. Nel documento diffuso alla fine dell’incontro si dice, tra l’altro: “Il governo civile deve essere direttamente responsabile per le forze di polizia e per i servizi generali di intelligence” (General Intelligence Service – Gis).

A dimostrazione dell’importanza della posta in gioco, sulla questione si è espresso nei giorni successivi il vicepresidente del Consiglio sovrano e comandante delle Forze di intervento rapido (Rapid Support Forces – Rsf), Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemetti, affermando che invece le forze dell’ordine e per la sicurezza del paese devono restare sotto il diretto controllo dei militari.

La dichiarazione, secondo le Ffc, viola il documento costituzionale che governa il periodo di transizione, in cui, all’articolo 36, si dice che la polizia dipende dall’esecutivo, e all’articolo 37 che i servizi di intelligence dipendono dal consiglio sovrano e dall’escutivo, congiuntamente.

Non può sfuggire che tra le righe delle dichiarazioni delle Ffc si legge una chiamata in causa dei militari – già accusati di resistere alla ristrutturazione dell’esercito e delle forze dell’ordine, oltre che all’epurazione degli ufficiali legati al passato regime – per il deterioramento della sicurezza nel paese. L’allusione è certamente al fallito colpo di stato, maturato in alcuni corpi dell’esercito in collaborazione con gruppi di civili più o meno organici al regime islamista del deposto presidente El-Bashir.

Il pericolo jihadista

Ma sicuramente il richiamo si riferisce anche alla scoperta, nei giorni successivi al tentato golpe, di una cellula terroristica ben radicata nella capitale del paese. Nelle operazioni per il suo smantellamento, che si sono susseguite anche durante tutta la prima settimana di ottobre nei quartieri di Jabra e El-Azhari e ad Omdurman, diversi uomini delle forze di sicurezza e alcuni terroristi sono rimasti uccisi, mentre una quindicina di miliziani sono stati arrestati e numerose armi e munizioni sono state requisite. Il gruppo era dunque numeroso, ben armato, ben organizzato e costituiva certamente un pericolo serio nel cuore stesso della capitale.

Perciò non sono mancati gli encomi alle forze di sicurezza che l’hanno smantellato, almeno per quello che se ne sa in questo momento. Non sono mancate però neanche le critiche al modo in cui l’operazione è stata diretta. Stando ad una dichiarazione della leadership delle Ffc, sarebbe stata condotta infatti all’insaputa “delle istituzioni civili di governo ai più alti livelli”. Non stupisce perciò il richiamo alla responsabilità che i civili, cioè il livello politico della coalizione transitoria, devono assumere nella direzione delle forze di polizia e di intelligence.

Qualche sospetto, inoltre, non può mancare sulle connivenze che potrebbero aver favorito lo stabilirsi nel paese di una cellula terroristica tanto numerosa, che aveva a disposizione diverse basi logistiche in quartieri popolosi e possedeva armi non proprio leggere. Le dichiarazioni ufficiali sottolineano che tutti i componenti del gruppo erano stranieri, legati al progetto dello Stato islamico.

Alcuni commentatori, però, dicono che tali connessioni non sono davvero provate e si chiedono se ci possa essere qualche relazione anche con elementi islamisti locali, più o meno implicati con il passato regime. Certo, osservano, la debolezza delle istituzioni transitorie, la crisi complessiva in cui si dibatte, i confini porosi con paesi pure in situazione di grave instabilità, come Libia, Repubblica Centrafricana e Ciad, la vicinanza con la Somalia, fanno del Sudan un ottimo obiettivo per l’avvio e il consolidamento di esperienze di espansione dell’islamismo radicale attraverso operazioni terroristiche.

L’Università internazionale dell’Africa

Inoltre, non si può non ricordare che proprio il Sudan degli anni Settanta e dei primi anni del regime di El-Bashir fu considerato la culla dell’islamismo politico radicale e il rifugio sicuro di terroristi di rango, come Osama bin Laden, ma non solo.

L’istituzione in cui si sono formati i leader di molti gruppi islamisti radicali – alcuni poi diventati terreno di coltura per movimenti terroristici – è l’Università internazionale dell’Africa, evoluzione del Centro islamico africano. L’istituzione è ancora ben funzionante a Khartoum. Il Centro islamico africano, nato nel 1977, è stato sostenuto economicamente dall’Arabia Saudita e da altri stati del Golfo Persico con l’obiettivo di diffondere in Africa la visione salafita dell’islam.

Il Centro è stato gestito dal Fronte islamico nazionale di Hassan al Turabi, ideologo della Fratellanza musulmana in Sudan e sponsor del colpo di stato che, nel 1989, ha portato al potere proprio il Fronte islamico nazionale (poi diventato Partito del congresso nazionale – National Congress Party – Ncp), guidato da El-Bashir. Il Centro islamico africano è stato promosso ad università nel 1992, nei primi anni del regime islamista. Difficile credere che i legami creati in cinquant’anni di colleganza studentesca e vicinanza al potere siano stati recisi negli ultimi due anni e mezzo, durante il difficile periodo della transizione.

Il caldo fronte orientale

I civili nutrono sospetti anche sul ruolo dei militari nella crisi del Sudan orientale, in cui i nazir (capi tradizionali) dei beja, il gruppo etnico autoctono, chiedono la cancellazione della parte degli accordi di pace di Juba (settembre 2020) che riguarda la loro regione, sostenendo di non essere stati coinvolti abbastanza nel processo.

Da settimane la protesta popolare da loro fomentata blocca una delle strade principali del paese, quella che collega Khartoum con le capitali dei tre stati orientali, El-Gedaref, Kassala e Port Sudan, e sulla quale scorrono importanti traffici commerciali. Blocca anche i porti, in particolare Port Sudan, il più importante del paese, compresi i suoi terminal petroliferi, mettendo in ginocchio l’economia dell’intero paese, dove ormai manca il carburante e molti generi di prima necessità che vengono dall’estero, come il grano.

Il pane è la base dell’alimentazione dei sudanesi ma il paese non è autosufficiente nella produzione del cereale, tanto che la sua importazione è aumentata notevolmente a partire dagli anni Novanta. Solo nei primi mesi di quest’anno ne sarebbero state importate 2,4 milioni di tonnellate, il 9,9% in più rispetto all’anno scorso.

Si può immaginare, dunque, quali conseguenze abbia il blocco dei porti sulla vita quotidiana dei sudanesi. E non si può non ricordare che proprio l’aumento del prezzo del pane è stata la scintilla delle proteste popolari che hanno portato alla deposizione di El-Bashir e alla caduta del regime del Ncp.

I nazir finora hanno di fatto rifiutato di aprire un tavolo di mediazione con il governo. Anzi, uno dei capi riconosciuti della rivolta, Mohamed Turk, leader degli hadendoua, un sottogruppo dei beja, ha esplicitamente chiesto al governo civile di dimettersi e ai militari di prendere il potere. Ѐ difficile credere che si sia trattato di un suo pensiero strettamente privato.

Il primo ministro Abdalla Hamdok assicura che il governo sta cercando di uscire dalla crisi compattando il fronte civile e mediando con l’ala militare. Su questo ha il sostegno della popolazione, che è scesa in piazza numerose volte nei giorni scorsi, e della comunità internazionale. Speriamo che basti ad assicurare la risoluzione delle tensioni e la veloce ripresa del processo di transizione verso istituzioni democraticamente elette.

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