Tunisia; Saied azzera ogni possibile alternativa alla sua rielezione
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Analisi approfondita di un regime autoritario che affascina Meloni
Tunisia: Saied rade al suolo ogni possibile alternativa alla sua rielezione
Il presidente ha cancellato ogni contrappeso istituzionale e politico. Con la scusa della cospirazione permanente ha incarcerato gli oppositori, silenziati i media, messa in un angolo la società civile. Ha con sé i generali e l'apparato di sicurezza. L'unico dato politico da valutare sarà quello dell'affluenza alle urne in autunno
27 Maggio 2024
Articolo di Mahrez Karoui, da Tunisi
Tempo di lettura 9 minuti
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Nelle ultime settimane, la Tunisia ha registrato un’ondata di arresti. Sono stati arrestati giornalisti, attivisti della società civile e avvocati. Questa accelerazione arriva in prossimità dell’annuncio delle date delle elezioni presidenziali previste per il prossimo autunno.

Si pongono una serie di interrogativi. Si tratta della conferma della totale deriva autoritaria già avviata dal presidente Kais Saied nel 2023 o, piuttosto, di un modo per prepararsi il terreno a una sua facile rielezione? Esiste ancora un contrappeso all’interno della classe politica o della società civile in grado di far fronte a questa situazione?

Ritorno, di fatto, alla vecchia Costituzione

Saied è stato eletto nel 2019 per un mandato di cinque anni, che teoricamente terminerà il prossimo ottobre. Paradossalmente, nonostante il voto del 2022 per una nuova Costituzione che ha cambiato completamente la natura del sistema politico, tutto indica che il paese si stia dirigendo verso elezioni presidenziali, come prevedeva la vecchia Costituzione del 2014. Il successo di questo voto sembra essere cruciale per la sopravvivenza del regime.

Le elezioni del 2024 si svolgono in un contesto regionale e internazionale molto particolare. Oltre alla guerra in Medioriente, che minaccia di sconvolgere alcuni equilibri nella regione, l’attenzione maggiore quest’ anno si concentra sugli Stati Uniti, dove è attesa un’elezione molto particolare, che non può non avere conseguenze sulla politica americana nella regione, in particolare in Tunisia.

Le ripercussioni in Tunisia del voto in Algeria

Tuttavia, il grande evento politico che alcuni tunisini stanno osservando con attenzione si sta svolgendo più vicino a casa, nella vicina Algeria. Le autorità algerine hanno annunciato elezioni presidenziali anticipate per settembre, invece della data originaria di dicembre. Di conseguenza, gli algerini voteranno poco prima dei loro vicini tunisini.

Sebbene sia altamente probabile che Abdelmadjid Tebboune vinca il suo secondo mandato, è chiaro che non lo farà con le stesse alleanze e lo stesso sostegno che lo hanno riportato al potere nel 2019. Questi cambiamenti ai vertici di Algeri non saranno privi di ripercussioni sugli affari interni della Tunisia. Questo è un fatto storico. 

Dal 25 luglio 2021, l’Algeria è il principale sostenitore estero di Saied. Questo appoggio si è concretizzato in un costante sostegno finanziario, ma anche in dichiarazioni (e scivoloni?) del presidente Tebboune che sfiorano l’ingerenza. L’improvviso cambiamento di posizione della Tunisia sulla questione del Sahara Occidentale esplicita la crescente influenza della “Grande Sorella”, evidente anche nella gestione della crisi dell’immigrazione irregolare da parte della Tunisia. L’Italia non ha sempre cercato la complicità algerina nei suoi negoziati con Tunisi?

Crisi politica e rapporti complicato con i media

Da più di un anno, il regime vive in un clima di “cospirazione permanente”. Tutto ciò si spiega con “oscure trame” ordite da partiti tunisini in collusione con quelli stranieri, anche se le autorità non si sono spinte a fare i nomi dei “partiti stranieri” in questione. Gli oppositori politici, tra cui l’ex presidente dell’Assemblea nazionale Mohamed Ghannouchi, nonché uomini d’affari e giornalisti, sono in carcere da mesi con l’accusa di “complotto contro la sicurezza dello stato”.

A distanza di un anno e mezzo, il processo a Ghannouchi, leader di Ennahda, non sembra fare molti passi avanti e gli avvocati della difesa affermano che i fascicoli sono vuoti.

Considerato il ritmo della giustizia tunisina, probabilmente non si arriverà a sentenza prima delle elezioni autunnali. Ciò si contrappone ad altri processi, che vengono istruiti e decisi in tempi a dir poco sorprendenti.

Il decreto liberticida

È il caso dei processi a giornalisti recentemente portati in tribunale e giudicati a tempo di record in base al famigerato decreto 54. Secondo molti esperti legali e attivisti per i diritti umani, questo decreto rappresenta il più grande esempio di violazione dei diritti umani e di restrizione alla libertà di espressione. Violazioni che la Tunisia non vedeva dal 2011.

Permette di perseguire individui – tra cui giornalisti, presentatori, analisti, editorialisti e persino influencer – sulla base di ciò che affermano in televisione o sulle loro pagine Facebook.  Sono accusati di aver minato (di minare) l’ordine pubblico o la persona stessa del presidente o di un ministro.

Le condanne possono arrivare fino a un anno di carcere, come nel caso, il 22 maggio, di Borhen Bsaies e Mourad Zeghidi, rispettivamente conduttore e opinionista della radio IFM.

Queste sentenze preoccupano gli osservatori per più di un motivo. I giornalisti non nascondono più la loro paura, nemmeno per pubblicare un post in solidarietà con un collega arrestato. Alcuni hanno bloccato i loro account Facebook o li hanno semplicemente cancellati. Le persone sono caute persino nei messaggi Whatsapp, che ora potrebbero  essere usati come prova contro di loro.

Il presidente incensato

Lo stesso presidente della repubblica ha sempre criticato pubblicamente il trattamento delle notizie politiche da parte dei media. Ad esempio, Al Wataniya 1, il primo canale pubblico, è tornato a trattare le notizie col vecchio format adottato nell’era di  Ben Ali, dove metà delle notizie erano dedicate alle attività del presidente e del suo governo.

Il canale evita anche di invitare nei suoi programmi persone che criticano o si oppongono alle politiche di Saied. Eppure, prima di salire al potere, il neo despota amava essere invitato sui canali televisivi e radiofonici per esprimere la sua insoddisfazione nei confronti delle politiche dei governi che si sono succeduti dal 2011.

Silenzio con i media, anche dei ministri

Tuttavia, da quando è stato eletto – a parte due sporadiche occasioni nel 2020 – il presidente non rilascia più interviste ai media. Anche i visitatori stranieri del Palazzo di Cartagine si sono abituati all’assenza del rituale briefing con la stampa al termine della visita. Secondo la stampa italiana, è per questo che Giorgia Meloni una volta ha fatto finta di rispondere ai giornalisti, anche se non c’erano giornalisti di fronte a lei nella stanza.

Questo atteggiamento non è riservato solo al presidente. Quasi tutti i ministri adottano la stessa strategia. I tunisini conoscono la voce del loro capo del governo solo attraverso i suoi discorsi quando si reca all’estero o, raramente, quando si rivolge alla Camera dei Deputati durante il voto sulla legge finanziaria alla fine dell’anno.

Questo contrasta con il periodo definito da Saied e dai suoi sostenitori “il decennio nero”. Prima del 2021, i dibattiti parlamentari venivano trasmessi in diretta televisiva e i capi di governo o i ministri non potevano evitare di affrontare le domande, spesso poco incisive, dei rappresentanti della stampa locale o estera.

Oggi la presidenza comunica con il pubblico attraverso video pubblicati sulla sua pagina Facebook. I video mostrano il capo dello stato che tiene un lungo monologo a uno o più ministri, in cui è lui stesso a fornire domande e risposte, mentre il suo omologo si limita a fare un cenno di approvazione.

Un’opposizione dispersa e divisa

È chiaro che l’opposizione, nella sua forma attuale, non ha alcuna possibilità di mobilitare le piazze, tanto meno l’elettorato, alle prossime elezioni. Frammentazione e ripetute divisioni sono le due caratteristiche che contraddistinguono la classe politica tunisina.

L’incarcerazione, dallo scorso anno, di diversi leader islamici e oppositori democratici ha ridotto l’opposizione quasi al silenzio. L’appello lanciato lo scorso marzo dall’avvocato e attivista per i diritti umani Ayachi Hammami per la formazione di una coalizione che presentasse un unico candidato alle prossime elezioni è rimasto inascoltato.

I partiti di opposizione si sono divisi sull’opportunità di includere o meno gli islamisti, che rimangono la principale forza di opposizione. Inoltre, l’altro polo di opposizione costruito attorno ad Abir Moussi, la presidente del Pdl (partito composto principalmente da membri dell’ex partito di Ben Ali), è stato oggetto, da 2023, di diversi mandati di detenzione.  Il suo partito è sempre meno visibile e ha limitato notevolmente le sue attività.

I candidati temerari

Questo clima non ha impedito ad alcuni aspiranti alla presidenza di annunciare la propria candidatura, anche se la data esatta delle elezioni è ancora sconosciuta. È il caso, ad esempio, di Mondher Zenaidi, ex ministro di Ben Ali esiliato in Francia, e di Lotfi Mraïhi, che ha ottenuto più del 6% al primo turno delle elezioni del 2019.

A questi si aggiungono altri candidati più o meno fantasiosi che non possono costituire una seria concorrenza per l’attuale presidente.

La debole società civile

La società civile, molto attiva e ben strutturata nel decennio di transizione, si trova ora in una situazione di debolezza senza precedenti. La potente centrale sindacale è stata messa a tacere dalla minaccia di azioni legali contro alcuni suoi leader. Paradossalmente, nonostante la pesante crisi economica che sta vivendo il paese, la base sindacale è rimasta fedele alla linea ufficiale. Mentre l’associazione dei magistrati tunisini sembra essere stata emarginata in seguito al licenziamento arbitrario di diversi giudici, gli avvocati hanno recentemente avuto un’esplosione di rabbia, ribellandosi agli arresti spettacolari e pesanti di diversi loro colleghi presso la sede dell’ordine degli avvocati.  

Arrestati leader antirazzisti

Allo stesso tempo, sono stati arrestati leader di associazioni che combattono il razzismo e la discriminazione, in particolare associazioni che si occupano di aiutare gli immigrati irregolari e i richiedenti asilo in situazioni di fragilità. Le accuse vanno dal riciclaggio di denaro, al traffico di esseri umani al coinvolgimento in un “complotto per insediare” gli africani subsahariani in Tunisia. Questa offensiva potrebbe portare molte associazioni ad abbandonare la loro attività lasciando il governo a gestire la situazione senza essere disturbato dalla società civile. 

 

Negli ultimi cinque anni, Saied ha cavalcato la popolarità conquistata al secondo turno delle elezioni presidenziali del 2019. Questa popolarità si è rinnovata il 25 luglio 2021 a seguito del colpo di stato costituzionale che gli ha permesso di porre fine al conflitto che lo opponeva alla maggioranza parlamentare e di salvare il paese da una crisi sanitaria che ha causato decine di migliaia di vittime.

Urne vuote

Da allora, l’ambiguità del progetto politico, la crisi economica e, soprattutto, la deriva autoritaria, gli attacchi alla libertà di espressione e all’ azione politica hanno profondamente destabilizzato questa popolarità.

L’affluenza estremamente bassa al referendum costituzionale e alle elezioni delle due camere del nuovo parlamento riflette una certa delusione da parte di una popolazione disillusa, che aveva riposto molte speranze in questo uomo “pulito”, “integro” e contrario al sistema corruttivo precedente. 

Si dovrà valutare la possibile rielezione di Saied in autunno non tanto sui numeri della vittoria, ma sull’ affluenza alle urne. È improbabile che gli elettori si mobilitino se non c’è un avversario serio in gara.

Polizia ed esercito al suo fianco

Tuttavia, è chiaro che di fronte a un’opposizione debole e a una società civile messa alla berlina, Saied  rimane l'”uomo giusto”. Tanto più che gli apparati dello stato, ovvero la polizia e i vertici dell’esercito, sono saldamente al suo fianco. Il 24 maggio, con un rimpasto a sorpresa, è stato nominato un nuovo ministro dell’interno. È il terzo in meno di quattro anni. Questa instabilità alla guida del ministero più potente dello stato tunisino non è una novità. Si protrae dalla partenza di Ben Ali.

 

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