Il Camerun rischia un’estensione del conflitto - Nigrizia
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Nessun dialogo con l’insorgenza armata indipendentista mentre si scalda la lotta per il potere
Il Camerun rischia un’estensione del conflitto
Lo scontro per la successione di Paul Biya - 90 anni, 30 dei quali al potere - potrebbe degenerare in un ampliamento della guerra nell’Ovest, con l’ingresso di attori esterni in grado di approfittare del caos. A preoccupare è anche la frammentazione delle forze di sicurezza
14 Luglio 2023
Articolo di Antonella Sinopoli
Tempo di lettura 7 minuti
Paul Biya

E se il Camerun si rivelasse un nuovo Sudan? Se un conflitto – più o meno a bassa intensità – che dura ormai da quasi sei anni e che rimane limitato alle periferie della nazione, si allargasse al resto del paese? Se, insomma, la situazione sfuggisse totalmente di mano e cominciasse a coinvolgere più attori?

La lettura della situazione attuale induce a pensare che questo rischio c’è.

Intanto, non esiste alcun segnale di accordo politico per frenare quella che apertamente è stata definita guerra civile, nella parte anglofona del paese.

Un conflitto le cui origini vanno ricercate nelle decisioni degli ex colonialisti.

A questo si aggiunge un altro elemento: la lotta per il potere che si sta aprendo per la successione alla leadership del paese.

Paul Biya, ormai novantenne, ricopre la carica di presidente dal 1982, e il suo partito – il Rassemblement démocratique du peuple camerounais – continua a macinare vittorie elettorali. L’ultima lo scorso marzo.

Ma la questione della successione di Biya – che ha gestito il paese in tutti questi anni con il pugno di ferro e che comunque potrebbe avvenire al più presto per impossibilità di governare a causa dell’età – è sulla bocca di tutti.

Finora nessuno si è pubblicamente fatto avanti. Nonostante tante voci che si concentrano su membri fidati (e spesso molto anziani) del suo entourage o sul figlio Franck.

Il suo mandato scadrà tra un paio d’anni. Sempre, appunto, che riesca a concluderlo, considerato il suo stato di salute.

Il conflitto in Camerun – che come dicevamo è localizzato solo in alcun aree del paese, il Nord-Ovest e il Sud-Ovest – ha fatto almeno 6mila morti (nelle regioni anglofone) e almeno 715mila sfollati.

Ma i numeri reali sono probabilmente molto più alti.

Il Consiglio norvegese per i rifugiati ha incluso il paese nella sua lista delle 10 principali “crisi più trascurate” per il quarto anno consecutivo.

Auto-isolamento

Mentre l’International Crisis Group a marzo ha pubblicato un rapporto che ha offerto alcune proposte concrete per superare l’impasse.

In realtà proposte ne sono state offerte più d’una dall’Occidente, ma sia i segnali sia le risposte vere e proprie inviati dal presidente Biya sono stati sconfortanti.

Ha risposto picche ai tentativi della Francia di Macron, ad una risoluzione del Congresso statunitense e anche al governo canadese che a gennaio aveva annunciato di “accogliere con favore l’accordo delle parti per avviare un processo finalizzato a raggiungere una risoluzione globale, pacifica e politica del conflitto” e di aver “accettato il mandato per facilitare questo processo”.

All’impegno del Canada aveva risposto, tra gli altri, dando il suo sostegno, papa Francesco. Niente da fare, anche in questo caso.

E pensare che Biya è noto per essere un fervente cattolico. A questo tentativo estremo l’entourage del presidente rispose con una chiara nota di rifiuto.

E facendo presente che il governo camerunense “non ha affidato a nessun paese estero o soggetto esterno alcun ruolo di mediatore o facilitatore per la risoluzione della crisi nelle regioni del Nord-Ovest e del Sud-Ovest”. Più esplicito di così…

Indifferenza

Intanto, mentre il mondo (e la stampa) rimangono concentrati sui conflitti in Ucraìna ma anche sul Sudan, la situazione sta andando di male in peggio.

Ed è una situazione che rischia non solo di allargarsi al resto del paese, ma che potrebbe attrarre attori esterni in grado di approfittare della condizione di caos nelle regioni interessate al conflitto.

Ad esempio, i gruppi legati a Boko Haram. Così come sta accadendo in Nigeria, in Ciad o nella Repubblica Centroafricana.

Difficile anche la situazione umanitaria e che sta già investendo tutto il paese: l’ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA) riferisce che, oggi, un camerunese su sei ha bisogno di assistenza e protezione umanitaria, per un totale di 4,7 milioni di persone.

Nel frattempo, il governo camerunense continua ad ottenere denaro dal Fondo monetario internazionale. A gennaio, una tranche da 73 milioni di dollari e lo scorso mese un’altra analoga.

In tutto questo, nessun report, a partire da quello del 2017, del piano di salvataggio di emergenza dell’FMI, fa riferimento alla situazione generata dal conflitto o alla cattiva gestione del governo.

Insomma, pare che qualunque cosa avvenga all’interno del paese: repressioni, uccisioni extragiudiziali di giornalisti, di civili e oppositori, attacchi alle scuole e via dicendo, non induca le istituzioni internazionali a smettere di aiutare, di fatto, questo regime.

Visto che non gli vengono imposte né la pace né riforme come controvalore di prestiti e salvataggi finanziari.

Così come avvenuto in Sudan, insicurezza, stagnazione economica, cattivo governo vengono ignorate dagli attori esterni.

Mentre non viene dato il supporto necessario alle forze che si oppongono a questo stato di cose.

Non era difficile, tra l’altro, rendersi conto di quanto in questi anni la propensione all’uso della violenza e della repressione sia drammaticamente aumentata.

Etichettare i gruppi separatisti come “terroristi” e una minaccia alla sicurezza del paese è il solito sistema per essere considerati vittime anziché carnefici e contare sugli aiuti del mondo esterno (o di partner economici), a volte anche sotto forma di armi, che preferiscono chiudere un occhio o tutti e due sugli abusi per assicurarsi lo status quo.

Eserciti e armi

In Sudan, la guerra si è spostata prepotentemente alle città e alla capitale, e inoltre il contrasto riguarda due separate istituzioni militari, le forze armate regolari e le Forze di supporto rapido, ex Janjaweed.

Anche in Camerun si è creata una sorta di biforcazione all’interno dei servizi di sicurezza: la tradizionale guardia presidenziale e il BIR (Bataillon d’Intervention Rapide), un ramo separato istituito nel 2001 sotto consiglieri militari israeliani (insomma, mercenari) permanentemente impegnato in operazioni di combattimento contro Boko Haram e gruppi armati anglofoni.

Cosa accadrebbe se le diverse fazioni del partito al potere nel confronto per la successione di Biya pensassero di utilizzare la frammentazione delle forze di sicurezza a proprio vantaggio?

Né nel paese mancano armi. Negli ultimi anni sono stati importate armi pesanti e veicoli blindati dal Canada, dalla Francia e soprattutto dagli Emirati Arabi Uniti.

E più recentemente sono stati consegnati quattro nuovi elicotteri Leonardo AW109E di costruzione italiana.

Un’attrezzatura, sottolinea Foreign Policy che si aggiunge alla significativa assistenza militare di Cina, Francia, Israele, Serbia, Sudafrica e Stati Uniti tra il 2014 e il 2018 per aiutare nella lotta contro Boko Haram.

Insomma, nessun taboo ad inviare armi ad un paese e a un dittatore che è sordo alle proteste e richieste di quel 20% della popolazione (la popolazione anglofona) che da anni lamenta emarginazione e frustrazione e alla fin fine scarse rimostranze da parte della comunità internazionale per quanto sta accadendo.

Perché, se il finanziamento internazionale continua su ogni fronte (quello dell’ipotetico aiuto allo sviluppo e quello delle armi), vige la cultura dell’impunità e non ci sono conseguenze per un governo che reagisce con violenza alle istanze di una parte della popolazione, che interesse ha il governo camerunense a trovare una mediazione?

Con queste premesse si va verso la cronicità del conflitto, se non verso un’esplosione che rischia di allargare gli effetti al resto del paese.

Ecco perché è urgente che ci sia un’attenzione globale (e meno ipocrita) alla “questione Camerun”.

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