Il presidente egiziano al-Sisi e il capo del Consiglio sovrano sudanese, generale al-Burhan

La costruzione della Gerd – la grande diga sul Nilo Azzurro che, a regime, avrà una potenza di 6.450 megawatt e produrrà annualmente 15.128 gigawatt di energia elettrica con cui l’Etiopia conta di sostenere il proprio sviluppo economico – ha provocato pericolose tensioni e importanti cambiamenti nelle relazioni tra i paesi del bacino del più importante fiume africano.

Particolarmente in allarme l’Egitto, sia per motivi pratici – il paese dipende dalle acque del Nilo per il 90% circa dei suoi bisogni idrici – sia per motivi storici e strategici – un trattato del 1929 con la Gran Bretagna, allora paese colonizzatore di gran parte del bacino, gli dava di fatto il diritto al controllo della gestione delle acque del grande fiume e di conseguenza una posizione strategica di rilievo su tutta l’area -.

Il ruolo dell’Egitto aveva già cominciato ad essere messo in discussione nel 1999, con la nascita dell’Iniziativa per il bacino del Nilo (Nile Basin Initiative – Nbi), un accordo di partnership tra una decina di paesi, parte delle acque dei quali affluiscono nel fiume, contribuendo a formarne la portata.

I paesi aderenti – Egitto, Sudan (e dopo l’indipendenza Sud Sudan), Etiopia, Uganda, Kenya, Tanzania, Burundi, Rwanda, Repubblica democratica del Congo ed Eritrea, con lo status di osservatore – si impegnavano a “cercare di sviluppare il fiume in modo cooperativo, a condividere benefici socioeconomici sostanziali e a promuovere pace e sicurezza nella regione”.

L’equilibrio, per forza di cose piuttosto instabile tra i paesi membri della Nbi, che sono portatori di quote d’acqua molto differenti e di interessi diversi legati al suo utilizzo, si ruppe nel 2010, quando Etiopia, Kenya, Uganda, Rwanda e Tanzania, seguiti più tardi dal Burundi, firmarono un accordo quadro di cooperazione (Cooperative Framework Agreement) che prevedeva l’utilizzo di quote d’acqua per progetti di sviluppo senza chiedere il benestare preventivo dell’Egitto, come previsto dal trattato del 1929.

L’Egitto, e anche il Sudan, si opposero all’accordo strenuamente ma non riuscirono a bloccarlo. Da allora, il Cairo si defilò dai lavori della Nbi e ridusse anche il suo impegno nella regione, forse nella convinzione che, in un eventuale contenzioso, il trattato coloniale fosse più vincolante di una partnership e di un accordo quadro neppure ratificato da tutti i membri della partnership stessa.

Nel 2011 il defunto presidente etiopico Melles Zenawi annunciò la decisione unilaterale di costruire uno sbarramento sul Nilo Azzurro, che nasce dal lago Tana e fornisce l’85% di tutta l’acqua del Nilo, acqua originata al 100% sull’altopiano etiopico.

L’altro braccio, il Nilo Bianco, ha origine nel lago Vittoria e contribuisce in modo molto minore alla portata complessiva del Nilo – che si forma a Khartoum dove i due rami confluiscono – dal momento che le sue acque in parte evaporano durante il suo lunghissimo percorso e in parte si disperdono nel Sudd, una delle più vaste zone umide del pianeta, posta nel nord del Sud Sudan.  

Fin dal momento del suo annuncio, la costruzione della diga, lanciata come un progetto di rinascita ed orgoglio nazionale, ha destato allarme nei paesi a valle dello sbarramento che temevano di veder cambiare in modo significativo la portata del fiume, per loro vitale.

L’Egitto era particolarmente preoccupato, dal momento che dal ramo proveniente dall’Etiopia riceve il 59% del totale delle acque del Nilo che attraversa da sud a nord tutto il suo territorio ed è alla base delle attività economiche, e della stessa sopravvivenza, di una gran parte della sua popolazione.

Da allora Etiopia ed Egitto sono impegnati in un complesso negoziato per raggiungere un accordo basato prima di tutto su una valutazione condivisa dell’impatto ambientale dello sbarramento e poi sulla gestione delle acque del grande fiume a partire dai tempi di riempimento dell’enorme bacino – 74 miliardi di metri cubi d’acqua – che lo sbarramento formerà, anzi, sta già formando.

Il Sudan, terzo partner della trattativa e pure grandemente interessato all’impatto del progetto, dapprima si poneva come pontiere tra le due opposte esigenze, ma ormai è convintamente solidale con la posizione egiziana.

Il difficile negoziato è fermo da diversi mesi. Si è bloccato di fronte alla decisione del governo etiopico di iniziare il riempimento del bacino, che durerà alcuni anni, senza alcun accordo preventivo con i due paesi a valle. Il provvedimento, deciso unilateralmente all’inizio della stagione delle piogge del 2020, è stato confermato anche quest’anno, contribuendo così ad aumentare l’instabilità, già preoccupante, nell’intera regione.

Le tensioni crescenti con l’Etiopia non potevano non determinare un cambio evidente dell’impegno egiziano nell’area.

Il Sudan, considerato ormai un partner strategico nella regione soprattutto, ma non solo, nel contenzioso riguardante la Gerd, è stato il primo paese ad esserne interessato. I legami si sono stretti a partire dal cambio di regime a Khartoum, nell’aprile del 2019. Il governo del deposto presidente Omar El-Bashir era percepito come vicino ai fratelli musulmani, al bando in Egitto. Il governo di transizione, e in particolare la sua ala militare, è invece indubitabilmente più vicina al blocco saudita, di cui l’Egitto fa parte.

Un chiaro segnale del cambio di passo sono la serie di esercitazioni militari congiunte organizzate negli ultimi mesi. Le Aquile del Nilo 1 (Nile Eagles-1) nel novembre del 2020 e le Aquile del Nilo 2 (Nile Eagles 2), lo scorso marzo, sono state esercitazioni aeree. Tra il 26 e il 31 maggio 2021 si è svolta la più complessa, Guardiani del Nilo (Guardians of the Nile), cui hanno partecipato anche le forze navali e quelle di terra, insieme a quelle dell’aria.

Il nome delle esercitazioni congiunte non lascia dubbi sulla natura dello stringersi dell’alleanza militare che ha avuto un primo banco di prova negli scontri tra l’esercito sudanese e quello etiopico nel triangolo conteso di al-Fashaga in cui l’Egitto ha sostenuto il suo alleato con equipaggiamenti ingegneristici tecnologicamente avanzati.

Il supporto a Khartoum si è evidenziato anche: nel finanziamento di una linea ferroviaria, del valore di 1,19 miliardi di dollari, per facilitare lo spostamento dei passeggeri e delle merci tra i due paesi; nell’impegno per la costruzione di una zona industriale comune alla periferia della capitale sudanese e nella partecipazione alla conferenza internazionale dei donatori, svoltasi a Parigi alla metà di maggio.

Ma l’impegno egiziano a riguadagnare il terreno perduto nei paesi del bacino del Nilo non si è fermato a Khartoum.

Offensiva diplomatica ad ampio raggio

In marzo il presidente del Burundi, Evariste Ndayishimiye, è stato invitato in Egitto per discutere del contenzioso riguardante la Gerd. Immediatamente dopo è stato formato un comitato per intensificare la cooperazione militare. In aprile una delegazione dell’intelligence egiziana è volata in Uganda, a Kampala, per firmare un accordo di collaborazione.

Il capo delegazione, generale maggiore Sameh Saber el-Degwi, ha chiarito l’obiettivo della sua missione con la seguente dichiarazione: «Uganda ed Egitto condividono il Nilo, perciò la cooperazione tra loro è inevitabile dal momento che quello che interessa l’Uganda in un modo o in un altro interesserà anche l’Egitto». Un accordo di collaborazione militare è stato firmato anche con la Repubblica democratica del Congo.

I rapporti diplomatici sono particolarmente stretti con il Kenya che l’Egitto ha supportato nella sua nomina al Consiglio di sicurezza dell’Onu. In maggio i due paesi hanno firmato un patto di cooperazione per la reciproca difesa. Per quanto riguarda il Sud Sudan, durante una visita a Juba del presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi, si sono messe le fondamenta di un’alleanza strategica che si estrinseca anche nel supporto allo sviluppo del paese, in particolare nel settore idrico.

In novembre la presidente della Tanzania, Samia Suluhu Hassan. È stata invitata al Cairo per una visita di stato di tre giorni. Al primo punto dell’agenda, la discussione sulla Gerd. Un’offensiva diplomatica in piena regola che si estende anche ad altri paesi strategici nell’area, come Gibuti, visitato da al-Sisi in maggio.

L’obiettivo evidente sembra quello di isolare Addis Abeba attraverso un’alleanza strategica con il Sudan e una rete di accordi economici e militari nei paesi della regione, per vincere la contesa per la gestione delle acque del Nilo al tavolo negoziale.

Ma, dovesse non essere sufficiente, dice l’analista Mohammed Soliman nell’articolo Egypt’s Nile strategy (La strategia dell’Egitto per il Nilo), le tensioni e la posta in gioco sono tali che “il rischio di uno scontro militare … non è affatto inverosimile”.

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