L’impero neo-ottomano cerca sempre maggiori consensi in Africa. Come? Promettendo patti alla pari con molti paesi del continente. E additando quale male assoluto il colonialismo e gli stati che lo hanno rappresentato. Soprattutto la Francia turcofoba. Come se Ankara volesse riprendersi ciò che la storia gli ha sottratto.

La recita si è ripetuta anche a Luanda, lunedì 18 ottobre. Il sultano Erdoğan è tornato ad attaccare Parigi definendo «crudele» il suo colonialismo in Africa. «Il destino dell’umanità non può e non deve essere lasciato alla mercé di una manciata di paesi che sono i vincitori della seconda guerra mondiale. Ignorare gli appelli al cambiamento è un’ingiustizia per l’Africa», il suo appello accorato. Che è parso a molti, in realtà, l’untuoso calcolo politico di un califfo alla ricerca di nuovi territori di conquista.

Per il suo quindicesimo viaggio ufficiale in Africa dal 2003 (con 28 paesi visitati), il presidente turco Racep Tayyip Erdoğan ha scelto di atterrare in Angola, in Togo e in Nigeria dal 17 al 21 ottobre. La sfida di questo tour è consolidare l’offensiva ottomana nel continente preparando il terzo vertice Africa-Turchia previsto per il prossimo dicembre. 

Quando si parla di interessi stranieri in Africa, gli occhi degli analisti sono spesso puntati su Cina, Russia, paesi del Golfo e alcuni stati occidentali. Il rischio è di sottovalutare il fortissimo progresso diplomatico ed economico realizzato dalla Turchia in Africa negli ultimi dieci anni. 

43 ambasciate in Africa 

Dopo aver scelto il nord e l’est del continente come punto di ingresso, Ankara sta ora estendendo i suoi tentacoli sull’Africa centrale, occidentale e persino meridionale. L’itinerario del presidente turco per quest’ultimo tour africano riflette chiaramente la volontà di un’offensiva diplomatica senza frontiere. Con 43 ambasciate attualmente aperte nel continente contro le sole 12 nel 2008, la Turchia vanta una delle reti diplomatiche più fitte in Africa, dove è progredita a piccoli cerchi concentrici.

Sono stati prima di tutto i paesi a forte tradizione musulmana (Somalia, Guinea, Mali, Niger, Senegal, Ciad) che hanno visto nascere scuole turche e ong di beneficenza. Aumentate esponenzialmente le scuole gestite da fondazioni come la Maarif, che ha più di 17mila studenti in 25 paesi africani. Cresciuti anche gli aiuti umanitari. L’idea sociale della brotherhood, la fratellanza come spirito di solidarietà, e la sua declinazione politica – il movimento dei Fratelli Musulmani – hanno avvicinato diversi paesi africani a maggioranza musulmana.

La crescita commerciale

La strategia della Turchia per conquistare l’Africa ha poi favorito le relazioni economiche puntando su paesi come Etiopia, Nigeria, Repubblica democratica del Congo, certamente non legati dalla stessa professione religiosa. Dall’industria alberghiera al settore minerario, passando a quello agroalimentare, all’import-export e persino al settore sanitario: gli investimenti turchi in Africa sono balzati da pochi milioni di dollari nel 2003 a oltre 6,5 miliardi nel 2020.

La Turchia risorgente, ma strutturalmente a corto di risorse, trova nei territori africani i luoghi che soddisfano i suoi bisogni. Per accreditarsi, consapevole delle difficoltà economiche di molti stati africani, Ankara ha esortato le sue aziende ad accettare di investire nella costruzione di molte infrastrutture di fascia alta nell’ambito del partenariato pubblico-privato. Ricordiamo l’ Abdou Diouf International Conference Center – Diamniadio e l’aeroporto internazionale Blaise Diagne di Dakar, in Senegal. Oppure l’aeroporto internazionale Diori Hamani e la torre del ministero delle finanze in Niger. 

Dai 5,3 miliardi di dollari nel 2003, gli scambi economici tra Africa e Turchia hanno raggiunto oltre i 25 miliardi di dollari nel 2020. Un altro segnale della crescente presenza della Turchia nel continente si manifesta attraverso i sessanta collegamenti aerei forniti da Turkish Airlines tra Istanbul, con città africane.

Ma al soft power di fondazioni, associazioni di fede e investimenti economici Erdoğan ha unito il peso dell’industria militare turca.

 Svolta militare 

Le sue truppe sono sbarcate dove erano un secolo fa, alle porte di casa nostra. In Libia. Meglio in Tripolitania che per loro è la porta d’accesso all’Africa, dove fra Sahara e Sahel si moltiplicano le tracce della penetrazione turca che tanto urta i nervi francesi.

L’hub logistico è il porto di Misurata. Con il passare dei mesi, infatti, Erdoğan ha messo l’Occidente davanti a un fatto compiuto: la presenza quasi in pianta stabile delle fregate con la Mezzaluna nel porto misuratino.

E approfittando della breccia aperta dal suo impegno contro il maresciallo Khalifa Haftar, la Turchia intende ora aprire nuovi fronti militari in Africa. Soprattutto nella vendita delle armi. In un continente che affronta sfide alla sicurezza da nord a sud, da est a ovest, l’approccio può solo prosperare. Oltre agli ordini militari convenzionali (carri armati, armi pesanti e leggere, uniformi), Ankara vuole soprattutto vendere i suoi droni agli eserciti africani, che benedicono la tecnologia turca perché più economica e soprattutto più accessibile.    

Velivoli senza pilota sono stati utilizzati in Libia a difesa del governo onusiano di Tripoli. E lì stanno ancora utilizzando nonostante gli appelli delle istituzioni internazionali affinché mercenari al soldo di Ankara e di Mosca abbandonino progressivamente il paese. Una presenza militare nel Mediterraneo che preoccupa Italia ed Europa, che vedono diminuire le loro capacità di intervento a discapito di altri attori regionali

Ma la Turchia ha già venduto i suoi droni alla Tunisia, all’Etiopia e al Marocco. Le Industrie aerospaziali turche (Tai) hanno firmato nel 2019 il loro primo contratto di esportazione di droni Anka con Tunisi. Anche se le tensioni diplomatiche hanno ritardato, se non compromesso, il progetto.

Il 18 agosto scorso il primo ministro etiopico, Abiy Ahmed, è volato ad Ankara per chiudere una serie di accordi economici. Tra questi anche l’acquisto di 20 droni da combattimento. Costo un milione e mezzo di dollari ciascuno. Forse troppo per le casse esangui di Addis Abeba. Per questo si ipotizza che Ahmed abbia ipotecato risorse minerarie o la promessa di sgravi fiscali per le oltre 200 aziende della Mezzaluna presenti in Etiopia.

Una vendita che, tuttavia, sta allarmando il vicino Egitto che da tempo vive una situazione di tensione con Addis Abeba per la gestione della Grande diga del Rinascimento (Gerd). Pochi giorni fa il Cairo avrebbe chiesto agli Stati Uniti e ad alcuni paesi europei un sostegno per congelare gli accordi turchi-etiopici sull’acquisto di droni armati, avvertendo sul rischio di alimentare un’escalation militare nello scontro tra Il Cairo e Addis Abeba. Lo riferisce il quotidiano egiziano Egypt Indipendent citando fonti governative egiziane, secondo cui il dossier potrebbe ostacolare il rilancio delle relazioni tra Turchia ed Egitto.

Ma Ankara si mostra incurante degli effetti diplomatici disastrosi della sua politica armata. Infatti ha pure venduto 13 veicoli senza pilota (UAV) Bayraktar TB2 (realizzati dalla società a gestita dal genero del sultano) a Rabat. Vendita che ha messo in allarme la vicina Algeria, che teme un espansionismo militare del litigioso confinante, con il quale è ai ferri corti da tempo. Una crisi che si è acuita nelle ultime settimane.

La scelta di armare il Marocco, nonostante Algeri sia un paese alleato dei turchi, rientra nel piano di mettere sotto pressione il paese nordafricano affinché si allinei del tutto al piano strategico della Mezzaluna. Erdoğan, infatti, non ha mai perdonato Algeri di avergli negato l’utilizzo delle proprie basi militari in occasione della campagna in Tripolitania contro le forze armate del generale Haftar

Ma nella sua visita in Angola, il sultano avrebbe ricevuto la richiesta di droni anche dal presidente João Lourenço. Lo ha rivelato il quotidiano turco filo-governativo Daily Sabah, secondo il quale il capo dello stato angolano si sarebbe convinto ad acquistare i droni prodotti da Ankara in seguito al successo riscosso da quest’ultimi nelle operazioni di controterrorismo e nelle zone di conflitto.

E anche il presidente togolese Faure Gnassingbé ha fatto esplicita richiesta di rafforzare la cooperazione militare tra i due paesi

La vendetta contro Macron

Nessuno può immaginare che Erdoğan ponga il rispetto dei diritti umani o della democrazia come precondizione per la vendita dei suoi droni agli stati africani. L’unica condizione è la solvibilità. E quel che gli si prospetta è una situazione favorevole perché molti paesi africani sono delusi dai risultati della partnership militare con i loro tradizionali alleati (Unione europea, Francia, Stati Uniti). E alcuni di loro sono alla ricerca di nuove alleanze.

Se la Repubblica Centrafricana e il Mali hanno scelto di stipulare un contratto con la compagnia di sicurezza privata russa Wagner, altri paesi potrebbero imboccare la strada che porta ad Ankara per l’addestramento e l’equipaggiamento dei loro eserciti. Soprattutto nell’area saheliana, territorio di caccia per il sultano.

Sarebbe una vendetta perfetta nei confronti dell’odiato “colonialista” Macron.

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