Migranti: rotte senza diritti - Nigrizia
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Rapporto sulle violazioni nella Rotta delle Canarie
Migranti: rotte senza diritti
54 organizzazioni umanitarie spagnole pubblicano un report di denuncia delle violazioni dei diritti nella frontiera del sud di Melilla e Canarie. Politiche volte al respingimento, creano vuoti di democrazia in cui vivono e muoiono migliaia di persone migranti
03 Febbraio 2021
Articolo di Jessica Cugini
Tempo di lettura 5 minuti
rotta Canarie
Un'imbarcazione di fortuna, arenatasi il 28 agosto 2020 su una spiaggia della Gran Canaria (tiempodecanarias.com)

103 pagine dettagliate. Un’accurata disamina di ciò che accade lungo le rotte migratorie che vanno dai paesi dell’Africa nord occidentale alle isole Canarie e a Melilla, una delle due enclave spagnole in Marocco, assieme a Ceuta. Un report corposo, compilato da un team multidisciplinare e firmato da 54 organizzazioni umanitarie spagnole che si occupano di immigrazioni.

Violazioni dei diritti nella frontiera sud: Isole Canarie e Melilla analizza, nello spazio temporale di due mesi (dicembre 2020 – gennaio 2021), la rotta marocchina e la ruta canaria. Quest’ultima, tornata alla ribalta lo scorso anno, ma già da tempo battuta.

Rotte ventennali, segnate, come la parallela rotta mediterranea, da un approccio e una logica emergenziali, finalizzati al mero contenimento/respingimento di un fenomeno, quello migratorio, che procede a ondate di arrivi, più o meno consistenti, mai scomparso nel tempo.

Luoghi di vuoto democratico

Approcci e logiche che hanno dato vita a dei luoghi vuoti di diritti, determinati dal fatto che il primo obiettivo europeo è sempre stato, e rimane, esternalizzare e controllare le frontiere, dando vita ad accordi poco trasparenti tra i membri Ue e i paesi di provenienza dei migranti, cui viene chiesto in primis (pagando) di riprendersi indietro i propri connazionali e di bloccare i confini a chi cerca di attraversarli.

Luoghi vuoti di democrazia, che si ampliano di anno in anno, per la mancanza di vie legali e sicure di partenza e arrivo; per la radicalizzazione di un razzismo che abita, alimenta e blocca la politica, incapace di entrare nel merito delle cause delle migrazioni e nella gestione sistematica di un fenomeno complesso.

Luoghi vuoti di diritti che diventano luoghi di stallo di vite prigioniere, in contesti di privazione, che suonano con sigle differenti (Cie, hotspot, campi, Cpr, centri di contenimento, di espulsione, ecc.) ma che hanno il medesimo fine: bloccare.

In strutture che in passato sono già state detentive, come accade nell’isola Gran Canaria, nell’ex carcere Barraco Seco. Dove, per decine di giorni, che vanno ben oltre le legali 72 ore previste dalla legge, vengono rinchiuse persone che non hanno commesso alcun reato, se non quello di partire senza un permesso.

Luoghi che, siano in mare (Lampedusa e le navi quarantena, Canarie, Lesbo) siano in terraferma (Ceuta, Melilla, Balcani), ripropongono storie che si specchiano le une nelle altre, per discriminazioni e mancanza di diritti.

Nessuna assistenza sanitaria e psicologica, nessun supporto legale o mediatori culturali che spieghino a chi approda nelle isole Canarie cosa stia accadendo e quali sono le prassi da seguire per il riconoscimento di uno status da richiedente o rifugiato.

Luoghi di stallo che, con l’avvicendarsi della pandemia, sono stati maggiormente legittimati, tanto da determinare la scrittura di un nuovo capitolo europeo di questo libro oramai storico delle migrazioni: il Patto su immigrazione e asilo del settembre dell’anno scorso.

Il patto dei patti

Un Patto che prevede innanzitutto altri patti. Accordi di deportazioni informali e legalizzate, di cui non si conoscono bene i contenuti. Fumosità che, secondo il report, rendono ancora più difficoltoso il reperimento dei dati di chi viene riportato indietro, senza ben sapere quali condizioni e garanzie accompagnino questi rientri forzati in paesi che per l’Unione europea sono “sicuri”. Una dicitura che dovrebbe bastare per rendere legale il ritorno al punto di partenza.

Patti che rafforzano la presenza dell’agenzia Frontex nei luoghi di confine. Che, per quel che riguarda le sole isole Gran Canaria e Tenerife, ha voluto significare, nel giro di poche settimane, un aumento del numero degli agenti, passato da 7 a 28.

Un rinforzo per coadiuvare la polizia nazionale nelle identificazioni dei migranti in arrivo. E la possibilità di rinegoziare, in nome del rapporto con Frontex, accordi bilaterali con Senegal, Marocco e Mauritania, chiamati a vigilare insieme alle pattuglie spagnole ed europee lungo i confini. Affinché diminuiscano i numeri delle partenze dei flussi che attraversano l’Atlantico.

Rotta della morte

E se i numeri di chi si è messo in cammino nel 2020, stando ai dati dell’Oim, si sono ridotti notevolmente – causa pandemia e chiusura frontiere -, facendo registrare una diminuzione addirittura del 48% nelle rotte che attraversano Camerun, Mali, Niger e Nigeria, i passaggi di uomini, donne e minori dal Sahara occidentale, Mauritania, Senegal e Gambia verso le Canarie sono sestuplicati in questo ultimo anno.

Cause: le tensioni del Sahel, il crollo dell’economia senegalese e la chiusura della rotta del mare di Alborán, che ha fatto sì che Ceuta e Melilla abbiano visto diminuire i flussi migratori rispettivamente del 35 e del 95%.

Così, nonostante la costa marocchina sia quella più vicina alla iberica (bastano solo 48 ore di viaggio per raggiungere la Spagna), la rotta della Canarie è cresciuta a dismisura. Eppure sono almeno 8/10 i giorni che servono per arrivare dal Senegal alle isole, 6/8 quelli di navigazione dalla Mauritania.

Ammesso che le condizioni del mare siano buone, per imbarcazioni che, nella stragrande maggioranza dei casi, non sono assolutamente idonee a percorrere così tante miglia, né spesso dispongono del gasolio sufficiente per rimanere in mare per così tanti giorni.

In questa rotta, da tempo pericolosa, nel 2020 sono morte 1.851 persone. 1.851 su un totale di 2.170 deceduti raggiungendo la Spagna. Tanto da far segnalare, all’organizzazione Caminando Fronteras, un tasso di mortalità del 32% sulla ruta canaria. Tre persone su dieci muoiono percorrendo questo tratto di oceano.

Dei quasi 2mila morti nei 45 naufragi avvenuti lo scorso anno verso le Canarie, solo 67 sono i corpi identificati. A oggi, denunciano le 54 organizzazioni, manca un protocollo per riconoscere chi è deceduto, così come non sono stati disposti canali adeguati per informare le famiglie della morte dei loro cari.

La totalità delle persone che muoiono durante il tragitto vengono seppellite nei cimiteri vicino alla località del porto che li ha visti sbarcare, senza alcun nome sulle lapidi, solo numeri.

Visitare tutto questo è una delle richieste del report alle istituzioni europee e spagnole.

 

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