Il ministro della difesa italiano Lorenzo Guerini con il suo omologo nigerino Alkassoum Indattou (Twitter)

Nello scacchiere Sahel, tenuto sotto torchio da continui attacchi jihadisti, persecuzioni politiche dei regimi, violazioni di diritti umani, mancanza di prospettive per i giovani, commercio di armi e droga, tratta dei migranti e cambiamenti climatici, il Niger gioca un ruolo geostrategico centrale.

Il suo versante occidentale, attorno alla regione di Tillabery, nel triangolo Liptako-Gourma, detto “delle tre frontiere” (Mali, Burkina Faso e Niger) e i territori a sud, nella regione di Diffa, al confine con la Nigeria, sono oggi vere e proprie terre di nessuno in cui si muovono con grande libertà gruppi jihadisti affiliati, a seconda delle convenienze, a Boko Haram, ad al-Qaeda o allo Stato islamico.

Questo, nonostante la presenza a Tillabery di un corposo contingente militare ciadiano, l’esercito più equipaggiato e agguerrito del Sahel, nell’ambito dell’operazione G5 Sahel (quadro istituzionale di coordinamento e monitoraggio della cooperazione regionale, formato da Mauritania, Mali, Burkina Faso, Niger e Ciad) con 1.200 soldati.

I nuovi bersagli dei jihadisti sono i civili, contadini dei villaggi, rei di aver tentato una resistenza contro coloro che vogliono distruggere ogni loro spazio vitale, e i militari che tentano di opporsi alle incursioni. Nelle ultime settimane ancora massacri all’ovest, vicino al confine con il Mali, nei villaggi di Banibangou e Tilia che hanno provocato la morte di più di 300 civili e, il 15 maggio scorso, nella regione di Tahoua, a 560 chilometri ad est di Niamey, in un imboscata contro una pattuglia dell’esercito che ha provocato la morte di 16 soldati.

In audio il racconto di Alessandra Morelli, già rappresentante Unhcr in Niger:

L’Italia in prima linea

Il neoeletto presidente nigerino Mohamed Bazoum promette rinforzi militari in quelle aree e invoca una grande mobilitazione internazionale che coinvolga anche l’Italia, a cui viene chiesto di rafforzare il suo contributo alla sicurezza e allo sviluppo economico dell’area.

L’Italia, del resto, non si tira indietro: ha aperto un’ambasciata nel 2017 e ha una presenza militare stabile dal 2018 con la “Missione bilaterale di supporto” che prevede un dispiegamento massimo di 290 militari, 160 mezzi terrestri e cinque mezzi aerei.

L’obiettivo italiano, una volta caduto il muro del controllo del territorio che Gheddafi esercitava in Libia, è quello di esternalizzare le sue frontiere per bloccare il flusso di migranti dal Sahel, contribuendo alla sicurezza in quelle aree. In questa linea, in piena continuità con le politiche dei governi di diverso colore che si sono succeduti a Roma negli ultimi anni, è cominciata ieri la visita lampo di due giorni tra Mali e Niger del ministro della difesa Lorenzo Guerini.

Da Niamey, capitale del Niger, il ministro ha precisato questa mattina che l’Italia intende «rafforzare la sua presenza nel Sahel» perché la sua stabilità è fondamentale, non solo per la sicurezza della regione, ma anche per quella dell’Europa. E un passo molto concreto in questa linea, già annunciato da Guerini nell’incontro del 13 aprile scorso con il suo omologo francese, è l’allestimento di una base militare italiana in Niger entro il prossimo mese di luglio.

Il ministro della difesa Lorenzo Guerini incontra i militari italiani della missione Misin (Twitter)

Presenza militare che si aggiunge a quella di Gibuti, situata in un’area strategica che controlla l’accesso al mar Rosso, e quindi al canale di Suez, e che dà supporto alle varie missioni operanti nel Corno d’Africa.

Così le mire italiane si allargano e vogliono mettere le mani su un territorio ben più ampio da stabilizzare, chiamato “triangolo” dal ministro Guerini, che ha nei suoi vertici la Libia, il Corno d’Africa e il Golfo di Guinea, e, al centro, il Sahel. Forma geometrica altamente esplosiva per l’esodo dei migranti, nella quale la Libia resta in cima alle priorità di interessi economici italiani da difendere, tra petrolio, gas e business della ricostruzione dopo anni di guerra intestina.

Oggi, con il processo di transizione in corso in Libia, Italia e Europa hanno paura che i mercenari a servizio delle milizie di Benghazi, Tripoli e Misurata, armati fino ai denti, possano scendere a sud e destabilizzare anche Sudan e Ciad, come del resto è già avvenuto con gli scontri armati tra esercito ciadiano e ribelli del Fact (Fronte ciadiano per l’alternanza e la concordia) che ha portato alla morte del presidente Idriss Déby un mese fa.

L’unica risposta italiana e europea all’ossessione del “pericolo migranti” e alla destabilizzazione del Sahel appare però molto miope, affidata unicamente all’opzione militare. Restano le briciole per accordi di cooperazione e aiuto allo sviluppo, mentre andrebbero affrontate in profondità questioni relative alla condivisone delle scarse risorse con tutta la popolazione, il sostegno alle piccole attività generatrici di reddito, la riforma della governance che coinvolga tutta la popolazione e soprattutto il rispetto dei diritti umani e il dialogo con tutte le forze in campo.

I governi di Mali e Burkina Faso hanno addirittura prefigurato anche un possibile dialogo con i jihadisti mentre il Niger, su questo, chiude ogni porta.

Altre operazioni militari multinazionali

L’Europa ha avviato nella primavera dello scorso anno, con il contributo dell’Italia, la nuova missione per contrastare la minaccia del terrorismo nel Sahel, denominata Task Force Takuba, nella zona delle tre frontiere. Si tratta di un impegno multinazionale di forze speciali che si inserisce nell’iniziativa politica della coalizione per il Sahel.

L’Italia partecipa con un dispiegamento massimo di 200 militari, venti mezzi terrestri e otto aerei, con un costo, nel 2020, di 16 milioni di euro, ma è Parigi a tenere le fila di una coalizione che va a supporto dell’operazione militare francese Barkhane, avviata nel 2014 (sostituendo di fatto la missione Serval che operava in Mali dal gennaio 2013) per la sicurezza nel Sahel.

La Francia, del resto, nonostante segnali di ritirata dovuta alla perdita sul terreno di una cinquantina di soldati in nove anni di impegno militare nell’area, degli scarsi risultati e del costo esorbitante dell’operazione (quasi 1 miliardo di euro l’anno), continua a esercitare un’egemonia di fondo sul territorio che abbraccia le sue ex colonie.

Anche la missione delle Nazioni Unite in Niger (Misin), con un’area di intervento allargata a Mauritania, Nigeria e Benin, è finalizzata a contrastare il fenomeno migratorio nel Sahel prima dell’arrivo dei migranti in Libia. Le attività della Misin si affiancano a quelle di altri paesi partner dell’Unione europea e della Nato che sono in Niger in supporto alle forze del G5 Sahel, impegnati nel contrasto alla criminalità organizzata, ai traffici di esseri umani e nella lotta al terrorismo.

Nella Misin l’Italia è presente, secondo il provvedimento approvato dal parlamento e relativo al 2020, con 295 soldati, 160 mezzi terrestri e 5 aerei. I costi del 2021 non sono quantificati, in quanto il relativo provvedimento di proroga della missione non è stato ancora approvato dal consiglio dei ministri.

La missione, che continua a fornire anche derrate alimentari e attrezzature sanitarie, ha anche lo scopo di addestrare le forze speciali, decine di paracadutisti e soldati appartenenti all’unità del Garsi (Gruppo di azioni rapide, sorveglianza e intervento nel Sahel) nell’area di Agadez, snodo fondamentale del passaggio dei migranti.

 

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