Il primo ministro sudanese Abdalla Hamdok

Il 21 novembre la crisi sudanese è entrata in una nuova fase. Ad un mese circa dalla sua destituzione, dallo scioglimento del suo governo e dalla presa del potere dei partner militari nel processo di transizione verso elezioni democratiche, il primo ministro Abdalla Hamdok è stato liberato dagli arresti domiciliari, dopo aver raggiunto un accordo con il presidente del Consiglio sovrano, il generale golpista Abdel Fattah al-Burhan, accettando di ritornare alla guida dell’esecutivo.

L’accordo prevede libertà nella formazione di un governo di tecnici e la nomina in tempi rapidi delle altre istituzioni del periodo transitorio, come l’assemblea legislativa, finora mai insediata. Ma il potere sarà saldamente nelle mani del Consiglio sovrano – nei giorni scorsi purgato dalla maggior parte dei civili – cui toccherà approvare o rigettare gli atti dell’esecutivo.

Quadro di riferimento dei provvedimenti che saranno presi in questa nuova fase della transizione sarà la dichiarazione costituzionale, firmata nell’agosto del 2019 e poi modificata dagli accordi di pace di Juba dell’ottobre 2020, con l’adesione di gran parte delle forze di opposizione armata.

La dichiarazione costituzionale sarà però rivista per permettere la partecipazione alla vita del paese di tutte le forze politiche, ad eccezione del disciolto Partito del congresso nazionale (Npc) del deposto presidente Omar El-Bashir.

Rientreranno perciò a pieno titolo nel gioco le forze islamiste ora bandite, come il Partito popolare del congresso – nato da una scissione del Ncp attuata da Hassan al Turabi, ideologo della fratellanza musulmana in Sudan, fondatore del Fronte islamico nazionale (Nif) e orchestratore del colpo di stato del 1989 – e il Partito per la riforma immediata (Reform Now Party) di Ghazi Salahuddin Atabani – nato da una scissione del Ncp nel corso del suo ultimo congresso.

Sono forze legate ideologicamente, e anche politicamente, al passato regime, per cui i militari e i movimenti di opposizione darfuriani firmatari della pace di Juba avevano ripetutamente richiesto la riammissione al dibattito politico e, a quanto pare, anche la partecipazione all’assemblea nazionale.

L’obiettivo sembra chiaro: avere una sponda civile da usare sia nel processo costituzionale che nelle non troppo lontane elezioni, per restaurare un regime simile al precedente per ideologia e relazioni organiche con le forze armate e di sicurezza.

Alla firma del patto erano presenti i membri del Consiglio sovrano e i rappresentanti delle forze di opposizione armata firmatarie della pace di Juba. Vicino al generale al-Burhan, il comandante delle Forze di supporto rapido (Rsf), generale Mohamed Hamdan Dagalo conosciuto come Hemetti, rimasto saldamente vicepresidente del Consiglio sovrano anche in questa nuova fase della vita politica del paese.

L’accordo è stato immediatamente sconfessato dalle Forze per la libertà e il cambiamento (Ffc), l’ala civile delle istituzioni del periodo di transizione, costituito dalla rete dei movimenti che hanno mobilitato il paese fino alla caduta del passato regime e che stanno conducendo una campagna di disobbedienza civile contro il golpe militare del 25 ottobre.

I sui portavoce hanno addirittura parlato di tradimento e di atto di legittimazione della giunta golpista. Hanno più volte ribadito che l’unico modo di uscire dalla crisi è la consegna del potere ai civili e il ritorno dei militari nelle caserme. Immediatamente, si sono dichiarati contrari anche i partiti politici che fanno parte della coalizione delle Ffc.

Le reti dei movimenti di resistenza popolare – i comitati di resistenza – hanno chiamato a intensificare la già quotidiana mobilitazione. Dal giorno del golpe, e in maniera ancor più determinata dal 21 novembre, le strade di Khartoum e di molte altre città sudanesi sono interrotte da barricate e percorse da cortei pacifici di protesta che vengono affrontati dall’esercito e dagli apparati di sicurezza con gas lacrimogeni, idranti e anche armi da fuoco usate ad altezza d’uomo.

Secondo il comitato nazionale dei medici, sono almeno quaranta i manifestanti uccisi nell’ultimo mese e diverse centinaia i feriti. L’ultimo morto è di ieri, un ragazzino di appena 16 anni, sicuramente disarmato. Si sono intensificate anche gravi azioni di aggressione a villaggi e a civili in Darfur. La prossima protesta di massa convocata dai comitati di resistenza dovrebbe svolgersi il 25 novembre, ad un mese esatto dal golpe militare.

Intanto il nuovo corso procede. Il 22 novembre undici ministri del governo di transizione, rappresentanti delle Ffc, hanno presentato le dimissioni. La ministra degli esteri, Maryam Sadiq Al Mahdi, ha fatto sapere che i cinque rappresentanti dei movimenti firmatari della pace di Juba non sono nella lista, e dunque rimangono al loro posto, almeno finora. Secondo mezzi d’informazione locale, Abdalla Hamdok nominerà nelle prossime 48 ore i ministri di quattro ministeri chiave: esteri, interni, economia e difesa.

Nelle sue dichiarazioni giustifica il contestato accordo come il solo mezzo di salvaguardare il percorso iniziato negli scorsi mesi che ha ricollocato il paese a tutti gli effetti nel contesto della comunità internazionale, che ha iniziando il risanamento economico e ha messo in moto provvedimenti inclusivi in un contesto sociale finora rigidamente governato dalla legge islamica. Ha anche sottolineato che un accordo era necessario per salvaguardare i giovani, mettendo fine alla carneficina nelle proteste dello scorso mese.

La comunità internazionale, che aveva dichiarato con forza che i militari non erano credibili al governo del Sudan, ha ovviamente salutato con sollievo il reinsediamento di Hamdok alla carica di primo ministro. Ma diversi analisti fanno notare che il percorso per uscire dalla crisi è ancora lungo.

Il quotidiano inglese The Guardian, titola la sua analisi: Sudanese PM’s release is only small step in resolving crisis” (Il rilascio del primo ministro sudanese è solo un piccolo passo nella soluzione della crisi). L’articolo punta l’attenzione sul ruolo dei militari che, se davvero volessero transitare il paese verso elezioni democratiche, dovrebbero prepararsi a rispondere di atti criminali perpetrati durante il passato regime e nel corso delle mobilitazioni del periodo di transizione.

Senza contare il giro d’affari, più o meno legale, di cui sono titolari, a cui dovrebbero mettere fine. Il sito The Globalist, in una ricerca pubblicata nel dicembre del 2019, illustrava il potere di Hemetti, che controlla una potente forza paramilitare e una fonte indipendente di ricchezza (l’oro del Darfur settentrionale).

Concludeva dicendo che sarà sempre un ostacolo alla transizione democratica, se non sarà rimosso da quella posizione, e finché le sue milizie e le sue ricchezze non saranno poste sotto il controllo di un governo civile. Proprio quello che il precedente governo di Hamdok si proponeva e non è riuscito a fare.

John Prendergast, cofondatore dell’organizzazione The Sentry, puntualizza invece la pericolosità della rete di alleanze sotterranee, il deep state, nella transizione sudanese: “Fino a quando non comincerà ad essere smantellato l’intero edificio della cleptocrazia autoritaria, il Sudan continuerà a sperimentare ondate di conflitti, dittature e corruzione”.

I sudanesi lo sanno meglio di chiunque altro, e non credono che Hamdok, da solo, contando su alleati che si sono già dimostrati infidi, potrà portare a termine il difficile compito di transitare il paese verso la democrazia.

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