Manifestanti denunciano la svolta autoritaria del presidente tunisino

Il presidente tunisino Kaïs Saïed ha annunciato la modifica della Costituzione attraverso una consultazione popolare a partire dal 1° gennaio, da sottoporre a un referendum il prossimo 25 luglio, giorno della proclamazione della Repubblica (1957) dopo l’indipendenza.

Intanto il parlamento rimane sospeso fino a nuove lezioni, da tenersi secondo una nuova legge elettorale, e fissate per il 17 dicembre 2022, anniversario dell’inizio della rivolta popolare (2010) che ha portato alla caduta del regime di Ben Ali.

Al termine di questo processo e salvo nuove sorprese, la Tunisia sarà dunque rimasta un anno e mezzo nelle mani di un solo uomo, da quando il presidente Saïed, il 25 luglio di quest’anno, ha invocato lo stato di emergenza per licenziare il primo ministro Hichem Mechichi, sospendere il parlamento per 30 giorni – poi prorogati -, togliere l’immunità ai parlamentari e assumere poteri speciali.

Se c’è una promessa che il presidente ha dunque mantenuto, una volta eletto nell’ottobre 2019, è stata quella di abolire la democrazia parlamentare. Durante la sua campagna elettorale si era proclamato sostenitore di un potere che nasce dal basso, dai territori, oltre a esprimere una concezione tradizionale dell’islam.

Vedremo dunque come orienterà la discussione e a che cosa approderà la riforma. Date le premesse, si arriverà a un regime presidenziale sostenuto da un rapporto plebiscitario con la popolazione, come lascia intendere la preferenza per le date simbolo per “dare voce” al popolo.

E a questo proposito va sottolineato che il presidente ha appena cambiato una di queste date simbolo, quella della “rivoluzione”, non più il 14 gennaio (2011) giorno della fuga di Ben Ali, bensì il 17 dicembre, inizio di quella “rivoluzione” che non ritiene si sia conclusa il 14 gennaio. La conclusione dovrebbe dunque avvenire, dopo 12 anni, il 17 dicembre 2022 con le elezioni generali che metteranno in vita le nuove istituzioni. Quali? È ancora tutto da verificare.

Intanto i partiti sembrano schierarsi su fronti opposti, ma più che il gioco politico, Saïed deve temere la piazza che in questi mesi ha ripreso a manifestare il suo malcontento di fronte alla crisi pandemica e alla precarietà sociale ed economica.

Una mano al presidente tunisino è venuta dal vicino algerino. Alla vigilia di una visita di Stato in Tunisia, il presidente algerino Abdelmadjid Tebboune ha annunciato la concessione di un prestito di 300 milioni di dollari (circa 266 milioni di euro). Per l’Algeria si tratta di consolidare un’offensiva diplomatica nella regione nel momento in cui è confrontata alla grave crisi con il Marocco.

Non manca certo l’aspetto più politico: i due regimi hanno a che fare con un forte malcontento popolare, anche dopo che l’Algeria ha soffocato il movimento di protesta popolare e nonviolento dell’Hirak. Non a caso alcune associazioni tunisine hanno sottoscritto un appello per fermare la repressione in Algeria, con uno sguardo preoccupato a quello che sta accadendo in casa propria.

Per la Tunisia l’aiuto del vicino è certo una boccata di ossigeno, ma il paese deve far fronte ad una crisi finanziaria dalle dimensioni preoccupanti e alle conseguenti pressioni del Fondo monetario internazionale che spinge verso riforme economiche dal forte impatto sociale, prima di concedere un prestito ben più importante, dell’ordine di 4 miliardi dollari. 

La situazione economica è drammatica, dovuta al crollo delle entrate del turismo e al crescente malcontento popolare. La disoccupazione è al 18,4%. Non a caso oggi, anniversario dell’inizio della “rivoluzione”, si affrontano manifestazione dal tenore diverso, a sostegno e contro le ultime decisioni del presidente Kaïs Saïed.

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