Africa, sicurezza alimentare minacciata da conflitto tra Russia e Ucraina
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L’impatto delle sanzioni occidentali su economie e accesso al cibo
Africa, sicurezza alimentare minacciata dal conflitto tra Russia e Ucraina
Bloccati i vitali rifornimenti di cereali e olio da Mosca, i paesi africani guardano alla Cina. Che però difficilmente sarà in grado di soddisfare la domanda. I rincari dei prezzi favoriscono gli esportatori di gas e petrolio mentre si rafforzano nel continente le alleanze tra blocchi, in stile ‘guerra fredda’
10 Marzo 2022
Articolo di Giuseppe Cavallini
Tempo di lettura 5 minuti

La guerra in Ucraina e le pesanti sanzioni imposte alla Russia dai paesi occidentali hanno fatto impennare i prezzi dei cereali e dell’olio, e potrebbero portare a condizioni di fame in gran parte dell’Africa. Steven Gruzd, originario della Russia ed esperto analista di politica internazionale, impiegato a Johannesburg nell’Istituto del Sudafrica per gli affari internazionali, ha dichiarato che «Si va velocemente verso una grave destabilizzazione, i prezzi del grano aumentano quotidianamente e in vari casi potrebbero portare in strada la popolazione esasperata».

E rammenta quando in Sudan, nel dicembre 2018, le manifestazioni contro l’aumento del prezzo del pane portarono a violenti scontri in piazza e, in ultima istanza, alla deposizione del presidente Omar El-Bashir l’anno seguente. «Ritengo che l’insicurezza alimentare avrà conseguenze molto gravi a causa del conflitto in corso», afferma l’esperto. «La Russia è il maggiore esportatore di grano in Africa e l’Ucraina è al quinto posto. I paesi del Nordafrica, tra cui l’Egitto, il maggior partner commerciale della Russia, risentono maggiormente l’impatto delle sanzioni imposte a Mosca».

La Tunisia, ad esempio, ha già dichiarato che sta cercando di supplire alla carenza di cereali rivolgendosi da altre parti. Un portavoce del Programma alimentare mondiale (Pam), Claudio Altorio, pochi giorni fa affermava: «Considerando l’impatto del conflitto in Ucraina in merito alla sicurezza alimentare globale, in un anno in cui le necessità degli interventi umanitari appaiono enormi, il Pam è estremamente preoccupato per il fatto che la guerra potrebbe avere conseguenze devastanti ed estremamente prolungate nel tempo».

Secondo quanto sostenuto dal vicepresidente della Camera di commercio e dell’industria della Russia, a causa delle sanzioni dell’Unione europea, Mosca ha già pianificato un’espansione delle operazioni commerciali in Africa, in cambio di prodotti quali frutta, tè e caffè.

La Russia, peraltro, è già impegnata in paesi africani particolarmente instabili come il Mali, la Repubblica Centrafricana o il Sudan dove ha considerevoli interessi minerari e dove – come noto – già sono di stanza formazioni militari che hanno stretti legami con Mosca (gruppo Wagner).

La Cina, dal canto suo, è ormai operativa in tutto il continente per mezzo di investimenti in infrastrutture di vario genere, prestiti e contratti commerciali. Nel 2021 il commercio bilaterale tra Cina e Africa, secondo i dati di Pechino, ammontava a 254.3 miliardi di dollari. Quello tra Russia e Africa, invece, secondo l’African Export-Import Bank, si limitava a 20 miliardi.

Secondo il già citato Gruzd, l’ammontare del commercio cinese con l’Africa è già oltre dieci volte superiore a quello russo. «Se la linea di rifornimenti dalla Russia dovesse ridursi ulteriormente – sostiene Gruzd – la Cina sarebbe la nazione favorita nel rimpiazzare Mosca». Un collega di Gruzd aggiunge che «I paesi africani da tempo hanno incrementato l’esportazione di prodotti agricoli sia alla Cina che alla Russia, pertanto, riguardo ad aziende e compagnie sudafricane, sarà opportuno guardare alla Cina per supplire alle carenze dalla Russia».

C’è però tra gli economisti sudafricani chi sostiene che, più che la Cina, saranno l’Unione europea, gli Stati uniti e il Canada i meglio piazzati per soddisfare la necessità di grano e olio. «La Cina – dichiara uno di loro – non produce cereali e olio a sufficienza per coprire il fabbisogno dell’Africa, dato che – pur essendo tra i maggiori produttori di cereali – gran parte di quanto raccolto va a coprire il fabbisogno interno».

L’esperto aggiunge, tra l’altro, che i raccolti di cereali in Cina lo scorso anno non sono stati particolarmente abbondanti; inoltre, secondo quanto dichiarato una settimana fa dal ministro dell’agricoltura cinese, si prevede che il raccolto di frumento in questo inverno sarà il peggiore nella storia del paese. E anche in Cina i prezzi sono già aumentati a seguito della guerra in Ucraina. 

Mentre a pagare il maggior prezzo per l’insicurezza alimentare causata dalla guerra saranno gli africani ordinari, a riscuotere grande beneficio dal conflitto, considerato il blocco delle esportazioni di petrolio e gas della Russia, saranno i paesi del continente che ne sono ricchi. «I paesi africani produttori di petrolio – secondo Gruzd – in un primo tempo potranno godere di un evidente successo» in termini economici. Un successo ancor maggiore se la Cina dovesse allinearsi alle nazioni che hanno imposto sanzioni alla Russia, fatto peraltro finora ritenuto improbabile.

Nel qual caso, comunque, la Cina stessa potrebbe aumentare l’acquisto di petrolio da paesi come l’Angola, mentre, d’altro lato, procede la realizzazione di progetti di estrazione di gas naturale in Tanzania. Al di là della situazione contingente, l’economia cinese è ormai talmente diversificata che la ricerca di soddisfare le proprie esigenze di materie prime e di prodotti di base è una strategia permanente del governo di Pechino. Gli esperti sostengono, peraltro, che è proprio per questo motivo che i cinesi hanno dato vita al mega progetto della Belt and Road Initiative (la cosiddetta ‘nuova via della seta’).

Il conflitto russo-ucraino, tra l’altro, contribuisce a ridefinire anche determinate alleanze. Prima della caduta dell’Unione sovietica, molte nazioni africane si riconoscevano entro la sfera di Washington o di Mosca, e numerosi esperti affermano che una divisione di tal genere possa verificarsi nuovamente, come conseguenza del conflitto in corso.

Yunnan Chen, ad esempio, candidata al dottorato per la China-Africa Research Initiative della statunitense John Hopkins University, ha dichiarato che «I governi africani allo stato delle cose potrebbero trovarsi costretti a scegliere da che parte stare in una sorta di rinnovata situazione di ‘guerra fredda’».

E prosegue: «Abbiamo già assistito ad una evidente divergenza allo stesso riguardo tra i paesi del Brics (gruppo che riunisce le cinque economie emergenti: Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) da un lato, e Kenya, Nigeria e altri paesi africani dall’altro», riferendosi all’astensione del Sudafrica (come del resto della Cina e di altri 33 nazioni, 17 delle quali africane) in merito alla risoluzione Onu contro l’occupazione russa dell’Ucraina. All’opposto, appunto, di Kenya, Nigeria e altri che hanno espresso chiaro sostegno alla causa di Kiev, condannando decisamente l’intervento militare di Mosca.  

 

 

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