Abiy Ahmed (Credit: nationalinterest.org)

L’offensiva lanciata un anno fa, la notte tra il 3 e il 4 novembre 2020, dal Tplf (Fronte di liberazione del popolo del Tigray) contro l’esercito federale etiopico, sembra andare verso l’epilogo con l’avanzata del fronte stesso, che il primo ministro Abiy Ahmed ha definito «movimento terrorista e cancro da estirpare per salvare il paese». Il lungo discorso tenuto ieri da Abiy, teso a galvanizzare la popolazione di Addis Abeba, sembra riflettere anche la consapevole preoccupazione che le sorti del conflitto stiano volgendo a favore del Tplf.

A conferma di ciò la conquista da parte dei tigrini delle città strategiche di Dessiè e Kombolcha, nella regione Amhara, e la battaglia per la conquista di Mille, città da cui passa l’arteria che unisce Gibuti alla capitale etiopica. «Seppelliremo il nemico con il nostro sangue e le nostre ossa, e la gloria dell’Etiopia tornerà a risplendere», ha detto con enfasi tra l’altro il primo ministro. Parole molto diverse da quelle proclamate tre anni or sono, quando Abiy Ahmed appariva il paladino di un’era nuova e della rinascita di un’Etiopia completamente pacificata.

Il conflitto – che in un solo anno ha fatto migliaia di morti, provocato l’esodo di 60mila individui rifugiati in Sudan, il rischio di morte per fame di mezzo milione di persone e lo sfollamento interno di due milioni di persone in Tigray, Amhara e Afar – ha avuto una forte accelerazione. 

Gli eventi di quest’anno hanno fatto precipitare in un baratro l’Etiopia, ritenuta fino a tre anni or sono – dopo la nomina di Abiy a primo ministro, nel 2018, e dopo l’attribuzione del premio Nobel per l’accordo di pace con il presidente eritreo Isaias Afeworki – una delle nazioni africane che inauguravano una democrazia finalmente non solo di facciata.

Molti speravano allora che il miracolo avvenuto nel paese, in campo socio-politico ma anche economico, si estendesse ad altri paesi del continente. Al contrario, purtroppo, il rischio attuale è di una totale disfatta dell’esercito federale ad opera degli insorti tigrini e degli oromo antigovernativi, alleatisi contro il governo di Addis Abeba, il che affosserebbe ogni speranza di successo a suo tempo riposta su Abiy Ahmed. 

Con l’aggravante, per il giovane primo ministro, di vedersi appioppare l’appellativo di “Nobel guerrafondaio”. Ad oscurare la fama che Abiy si era acquistato a livello internazionale ha poi contribuito la brutale risposta dell’esercito federale che, una volta scacciato dal Tigray, ha chiuso le vie d’accesso alla regione semidistrutta, interrompendo le comunicazioni e bloccando la strada agli umanitari per le centinaia di migliaia di persone ridotte alla fame.

Inutile si è mostrato finora anche il tentativo di rovesciare le sorti del conflitto, che si era tra l’altro internazionalizzato con l’intervento dell’esercito eritreo, con l’introduzione di droni e con il bombardamento di Makallè e altre città del Tigray. 

I protagonisti della débacle di Abiy Ahmed e del suo sogno di una nuova Etiopia, sono stati senza dubbio i leader del Tplf, che per 17 anni avevano esercitato il potere alla testa della coalizione governativa del Eprdf, dopo la sconfitta, nel 1991, del regime di Menghistu Haile Mariam. Nel 2018, la nomina a premier di Abiy, di etnia mista oromo ed amhara, elogiato sulle prime da tutte le forze politiche, inclusa l’opposizione, per le notevoli riforme avviate, ben presto destò nei politici tigrini il timore di essere gradualmente marginalizzati dalla scena politica.

Come dimostra, infatti, la rimozione di molti di loro da posizioni strategiche detenute per decine d’anni; un tragitto che condusse Debretsion Gebremichael, presidente dello stato regionale del Tigray, e il suo gruppo di politici e funzionari tigrini, a rompere con Abiy Ahmed e ritirarsi a Makallè, capitale del Tigray.

Ciò non nasconde, tuttavia, che Abiy abbia commesso gravi errori di calcolo politico, il maggiore dei quali consiste certamente nell’aver accelerato anzitempo, mettendo alla porta il gruppo tigrino, il processo di riforme, e aprendo lo spazio a tutto e a tutti, incoraggiando il rientro nel paese degli avversari più accaniti del governo, ignorando ingenuamente l’agenda di chi da anni cercava di destabilizzare il paese.

Oggi appare evidente l’illusione di Abiy di poter con discorsi accattivanti, sconfinati a volte in vere esortazioni evangeliche, pacificare il paese attraverso un reciproco riconoscimento tra le etnie. Un atteggiamento da inesperto che, se da un lato ha funzionato finché Abyi è apparso la figura ideale per ricomporre le perduranti controversie inter-etniche, dall’altro si è trasformato alla lunga in un boomerang per il suo governo.

Non si sarebbe probabilmente giunti alla situazione odierna se Abiy non fosse stato così precipitoso nell’emarginare i vecchi alleati del Tigray, più esperti di lui sia in chiave politica che militare, essendo cresciuti alla scuola di Meles Zenawi che portò l’Etiopia ad emergere tra le nazioni africane come uno dei pilastri trainanti dello sviluppo del continente.

L’offensiva oggi in atto, con cui il Tplf appare deciso a procedere fino alla conquista della capitale e alla deposizione di Abiy Ahmed, unita peraltro all’azione militare delle forze oromo che pare si siano già unite a quelle dei tigrini, potrebbe sfociare in una battaglia a tutto campo nella capitale.

A tale riguardo, oltre a proclamare lo stato di emergenza per sei mesi, il governo ha sollecitato tutti coloro che posseggono armi a prepararsi alla difesa di Addis Abeba, mentre prosegue la ricerca, il rastrellamento casa per casa e l’arresto di presunti sostenitori del Tplf tuttora residenti nella capitale, come racconta a Nigrizia padre Sebhatleab Ayele Tesemma, missionario comboniano raggiunto telefonicamente ad Addis Abeba.

L’Etiopia di oggi, quindi, gigante del Corno d’Africa, fino a qualche tempo era vista internazionalmente come il paese che appariva più stabile rispetto a Somalia, Sudan, Sud Sudan ed Eritrea, e costituiva l’asse portante del mantenimento di un certo equilibrio in tutta l’area.

La perdita di tale stabilità a seguito del conflitto scatenato dal Tplf ha visto da subito le prese di posizione di varie potenze esterne, insieme ai tradizionali protagonisti occidentali – Stati Uniti e potenze europee -, ma anche Turchia, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Russia, Israele e Cina, tutti alla ricerca di difendere interessi già promossi e vantaggi futuri. La partita relativa ai futuri assetti d’influsso di queste potenze in tutto il Corno d’Africa è quindi tutta da giocare.

Una mossa sbagliata da parte di Joe Biden in tal senso è la cancellazione dell’Etiopia dai paesi africani che godono dei vantaggi di appartenere all’Agoa (African Growth and Opportunity Act), l’accordo commerciale tra Stati Uniti e 38 paesi africani subsahariani che consente di esportare negli Usa senza dazi centinaia di prodotti, in particolare dei settori tessile e abbigliamento.

L’estromissione dell’Etiopia da questo accordo (insieme a Mali e Guinea) comporterà la perdita di oltre 200mila posti di lavoro, una tragedia che si aggiunge al crollo dell’economia, con i prezzi del cibo e di ogni bene primario saliti alle stelle, e l’estrema scarsità di scambi con l’estero che ha quasi paralizzato la produzione e l’importazione di beni indispensabili.  

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