Sud Sudan, transizione in bilico - Nigrizia
Politica e Società Sud Sudan
L’impatto della scissione interna al Splm-Io sul processo di pace
Sud Sudan, transizione in bilico
Le divisioni nelle forze di opposizione sono tra le più gravi minacce alla tenuta dell’accordo di pace. E ne stanno rallentando in modo significativo il percorso. L’obiettivo sono le elezioni nel 2023 ma in molti dubitano che ci sia la volontà politica di arrivare al voto
10 Gennaio 2022
Articolo di Bruna Sironi (da Nairobi, Kenya)
Tempo di lettura 6 minuti
Riek Machar e Simon Gatwech Dual
Da sinistra: Riek Machar e Simon Gatwech Dual (Foto via NYT)

Il processo di pace in Sud Sudan langue e la fine del periodo di transizione si allontana. Lo affermano diversi esperti analizzando, tra gli altri segni, le dinamiche interne e le relazioni fra i diversi attori politici del paese.

Particolare preoccupazione desta la crisi della maggiore delle forze di opposizione, l’Splm-Io (Movimento di liberazione del popolo sudanese – in opposizione) che esprime l’attuale vicepresidente Rieck Machar. Lo scorso 3 agosto alcuni leader militari, durante una riunione tenutasi nella località di Magenis, nello stato del Nilo Superiore, accusarono Machar di debolezza, mancanza di trasparenza e nepotismo. Dichiararono infine di averlo esautorato e di averlo sostituito nella leadership del movimento.

Tra di loro, l’ex capo di stato maggiore, generale Simon Gatwech Dual, da poco rimosso dall’incarico, che è stato nominato nuovo leader del movimento, Thomas Mabor Dhul, comandante della terza divisione, e Johnson Olony, comandante della prima. Machar disse che la dichiarazione non aveva nessun valore e che si trattava di una scissione, non di un cambiamento alla guida dell’Splm-Io.

Da allora le due fazioni si sono scontrate più volte nella regione, con il risultato di aggravare le già gravissime condizioni della popolazione civile. Ma la scissione non è riuscita a raggiungere l’obiettivo che evidentemente si poneva: isolare Machar in modo da minare la sua posizione anche all’interno del governo di transizione, dove continua ad avere la carica di vicepresidente come previsto dall’accordo di pace vigente, firmato nel settembre del 2018, dopo cinque anni di conflitto civile.

Alcune settimane dopo erano annunciate trattative dirette tra i generali scissionisti e il presidente Salva Kiir, in violazione dei termini dell’accordo di pace che proibisce espressamente cambi di alleanza durante il periodo transitorio, ha dichiarato Machar. Ed è comprensibile, in quanto metterebbero in gioco i rapporti di forza che si esprimono anche nella composizione delle istituzioni provvisorie, tutte codificate nel documento firmato dai partner del conflitto, base e guida del percorso concordato per traghettare il paese fuori dalla crisi.

Il divide et impera è una prassi molto in voga, non solo in Sud Sudan, purtroppo. Ma, secondo i rapporti della stessa Unmiss, la missione di pace dell’Onu, nel paese è stata usata estesamente soprattutto dal presidente Salva Kiir e dai suoi alleati per indebolire l’opposizione in generale, ed in particolare proprio l’Splm-Io.

Non sarebbe la prima volta che succede durante questa crisi, iniziata nel dicembre del 2013 con lo scoppio della guerra civile. Nel luglio del 2016 Taban Deng Gai, uno dei più potenti leader del Splm-Io e ministro delle miniere nel governo transitorio di allora – frutto del primo accordo di pace siglato nell’agosto del 2015 – accettò di essere nominato vicepresidente da Kiir, in sostituzione di Machar, allora alla macchia.

All’inizio di luglio erano infatti saltati gli accordi che avrebbero dovuto garantire la permanenza e la sicurezza del vicepresidente Machar nella capitale, Juba. Erano scoppiati furiosi combattimenti in città e il vicepresidente, con le unità del suo esercito, dovettero mettersi in salvo uscendo dalla capitale, inseguiti dagli armati di Kiir che misero a ferro e fuoco la regione dell’Equatoria, dove Machar si nascondeva, dando inizio alla seconda fase della guerra civile, se possibile ancor più cruenta della prima.

Voci di malcontento, e perfino di dimissioni, di Taban Deng Gai da suoi importanti ruoli all’interno del Splm-Io, giravano fin dall’inizio del 2016. Si era anche detto che non era stato soddisfatto della sua nomina a ministro delle miniere, mentre era stato formato un ministero apposito per il petrolio, ben più importante e ricco, affidato alla moglie di Machar, Angelina Teny. Tutte le illazioni erano state immediatamente smentite ma evidentemente avevano radici e Taban era pronto al salto della quaglia alla prima occasione.

La sua nomina a vicepresidente era basata anche sulla convinzione che avrebbe potuto sostituire Machar alla guida del Splm-Io. Anche la comunità internazionale ne fu convinta. E quando Machar uscì dalla foresta – dopo aver passato il confine con la Repubblica democratica del Congo ed essersi consegnato ad un’unità della locale missione di pace – fu di fatto esiliato in Sudafrica e messo agli arresti domiciliari.

Ma solo una piccola frazione del Splm-Io seguì Taban. I suoi accordi con Kiir e l’allontanamento di Machar non fermarono la guerra, anzi ne determinarono la diffusione anche nelle regioni del paese fino ad allora relativamente pacifiche, la formazione di nuovi movimenti di opposizione armata e la necessità di una lunghissima mediazione per concordare un nuovo accordo, siglato solo nel settembre del 2018, che reinstallava Machar nel posto di vicepresidente.

Anzi primo vicepresidente, in un gruppo di cinque di cui Taban fa ancora parte, ma in posizione subalterna. Lunghissimo anche il percorso per il rientro di Machar a Juba e per la formazione dell’attuale governo transitorio che fu nominato solo il 22 febbraio del 2020

Evidentemente questa vicenda è ben presente agli osservatori dell’evoluzione del paese che, anche in recenti rapporti, hanno sottolineato che le divisioni fomentate nelle forze di opposizione sono tra le più gravi minacce alla tenuta dell’accordo di pace.

Intanto ne stanno rallentando in modo significativo il percorso.  

L’uscita dalla crisi dovrebbe essere segnata dalle elezioni generali che avrebbero dovuto svolgersi quest’anno. Ma una dichiarazione dell’ufficio di presidenza ammette che il paese non è ancora pronto e comunica il loro slittamento al 2023.

La nota, diffusa lo scorso marzo insieme ad un articolato documento firmato dal ministro per gli affari presidenziali Nhial Deng Nhial, rispondeva alla testimonianza di un politologo e attivista sudsudanese, Peter Biar Ajak, davanti alla commissione esteri del senato americano. Peter Ajak, a lungo detenuto senza precise accuse nelle prigioni sudsudanesi, gode ora dello status di rifugiato negli Stati Uniti e di una notevole autorevolezza.  

Nel corso della sua testimonianza sullo stato della democrazia nel suo paese aveva affermato che il governo sudsudanese sta intenzionalmente boicottando l’appuntamento elettorale, dal momento che non ha realizzato nessuno degli adempimenti necessari, quali, tra gli altri, il censimento e l’aggiornamento del registro dei votanti.

Dubbi sulla possibilità, e volontà, di svolgere le elezioni anche nel 2023 vengono avanzate da diverse parti. Tra gli altri dallo stesso Rieck Machar, che sottolinea come non siano state ancora completate le misure di sicurezza, e da Rebecca Nyandeng, vedova di John Garang e membro del governo attuale con la carica di vicepresidente. «Per noi – ha dichiarato Machar – per avere libere e credibili elezioni, bisogna avere forze di sicurezza in grado di proteggere lo stato e la sua popolazione, e che non interferiscano nel processo elettorale».

Sembrano in effetti prerequisiti basilari, che implicano un clima di fiducia reciproca tra le forze in gioco. Un clima che non potrà consolidarsi in una situazione in cui prevale invece l’impegno a indebolire e minare dall’interno gli avversari.

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