Sailf al-Islam, ossia quel che resta di Gheddafi in Libia - Nigrizia
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Il figlio dell’ex rais libico torna alla ribalta in vista delle elezioni di dicembre
Sailf al-Islam, ossia quel che resta di Gheddafi in Libia
Colpito da un nuovo mandato d’arresto l’ex numero due del regime di Gheddafi. Un ordine di cattura che è arrivato dopo l’intervista esclusiva rilasciata al New York Times, nella quale Saif lascia trasparire la sua volontà di un ritorno in politica
26 Agosto 2021
Articolo di Antonio M. Morone
Tempo di lettura 4 minuti
Saif al Islam Gheddafi

È notizia circolata nei giorni scorsi l’ordine di cattura spiccato dalle autorità giudiziarie di Tripoli a carico di Saif al-Islam al-Qaddafi (Gheddafi). Non è la prima volta che un tribunale libico o internazionale cerca di perseguire l’ex delfino del regime di Tripoli dal momento che, sempre una corte a Tripoli, nel 2015 lo condannò a morte in contumacia per l’uccisione degli insorti libici nel 2011 e la stessa Corte penale internazionale dell’Aja è da allora che tenta di processarlo.

Il nuovo mandato di cattura è stato spiccato il 5 agosto a Tripoli per le presunte connessioni tra Saif e i contractors russi della Wagner che hanno avuto un ruolo determinante nel sostegno all’Esercito nazionale libico del generale Khalifa Haftar.

In effetti, non è certo un mistero il fatto che una parte importante degli ufficiali di Haftar (e lo stesso generale) provengano dalle file dell’ex esercito di Gheddafi, così come tutti sanno dell’aperto appoggio che la Russia di Putin ha fornito negli scorsi anni ad Haftar, in buona compagnia con Francia, Egitto, Sudan e Qatar.

Non stupisce allora più di tanto l’accusa a carico di Saif per le connessioni libico-russe, quanto piuttosto che un tale modus operandi sia stigmatizzato solo per una parte tra quelle in conflitto. Tanto Haftar quando l’ex governo di Fayez al-Serraj hanno avuto i propri sostegni esterni in termini di armi, know-how e appoggio politico, in una guerra che negli ultimi anni ha subito un processo di crescente e costante internazionalizzazione

La domanda non è allora se Saif, e per estensione Haftar, abbiano avuto un reale appoggio dalla Russia di Putin, tramite Wagner e pure in maniera diretta, quanto piuttosto come mai tale accusa è stata sollevata proprio in questo momento.

Dal marzo scorso infatti, in Libia si è aperta una nuova fase politica che ha portato alla nascita di un governo di unità nazionale guidato da Abdul Hamid Mohammed Dbeibah e al raggiungimento di un cessate il fuoco che fino ad ora ha retto. Secondo il calendario della transizione libica, nel prossimo dicembre si dovranno tenere le nuove elezioni politiche, alla cui preparazione si è fortemente impegnato il governo di Dbeibah.

Non sono in pochi a Tripoli a credere che in realtà le elezioni non vi saranno affatto e Dbeibah incamererà il potere; altri ancora, si augurano che tali elezioni non si tengano, poiché tutte le volte che negli ultimi dieci anni in Libia si è votato, è poi seguita rapidamente un’escalation nel conflitto.

Per coloro che invece sperano nelle elezioni di dicembre, non può passare inosservato che il nuovo ordine di cattura di Saif è arrivato proprio dopo l’intervista esclusiva rilasciata al New York Times dall’ex numero due del regime di Gheddafi (pubblicata il 30 luglio), nella quale Saif lasciava trasparire la sua volontà di ritornare a fare politica ed eventualmente candidarsi a guidare un’iniziativa politica per la stabilizzazione del paese.

La questione, più in generale, del posto dei vecchi dirigenti del regime nella nuova Libia resta in effetti una delle partite chiave ancora irrisolte. Già nel 2013 la legge voluta dall’allora élite politica di Misurata per un embargo verso tutti gli esponenti e funzionari dell’ex regime, portò rapidamente al collasso del fragile sistema politico uscito dalle prime elezioni del 2012, contribuendo in modo decisivo a innescare quella crisi militare che si è chiusa – forse – nel 2021 con la nascita del nuovo governo Dbeidah.

La verità è che in Libia sono in molti a coltivare una nostalgia crescente per l’ex regime, senza contare che alcuni distretti del paese, come Bani Walid e altri nel Fezzan, non hanno mai fatto mistero di auspicare una soluzione politica intesa a riproporre, se non proprio restaurare, l’ex regime.

In fondo, proprio per essere una guerra civile, la crisi libica si è sempre composta di una parte della società che non solo combatté, armi alla mano, fino all’ultimo in favore di Gheddafi oltre la sua stessa morte, ma che ha anche continuato a sostenere il modello di stato e di società che l’ex regime aveva forgiato per oltre quattro decenni; dopo dieci anni di guerra durante i quali a perderci sono stati soprattutto i libici, la gente comune, non deve stupire il seguito che Saif, o chi per lui, potrebbe avere alle prossime elezioni politiche.

Fin dal 2012, la domanda che resta inevasa non è solamente come mai una parte importante dei libici abbia continuato a sostenere l’ex regime, ma piuttosto come includere nella nuova Libia una tale parte della società. La logica dell’esclusione, anche con strumenti legalistici, non funzionò nel 2013 e difficilmente potrà farlo nel 2021.

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