Nigrizia

Guinea-Bissau Politica e Società Salute Stati Uniti
Trial clinici finanziati da Washington nel paese sono stati duramente criticati perché ritenuti a sostegno delle tesi antiscientifiche del governo
I limiti etici dell’America First, il caso dei vaccini contro l’epatite B in Guinea-Bissau
L'OMS condanna l'iniziativa. Dubbi sullo status dei trial: Bissau afferma di averli bloccati ma c'è confusione
13 Febbraio 2026
Articolo di Brando Ricci
Tempo di lettura 8 minuti
(Credits: WHO / Blink Media - Nana Kofi Acquah)

La comunità scientifica è in subbuglio per uno studio sul vaccino contro l’epatite B ai neonati che il governo degli Stati Uniti ha finanziato in Guinea-Bissau.

Le critiche e le polemiche avrebbero spinto la giunta militare al potere nel paese ad annullare i trial, anche se ci sono versioni discordanti. A prendere posizione anche l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS). L’agenzia sanitaria delle Nazioni Unite ha definito “non etici” gli studi clinici in questione.

Studi fortemente voluti dall’attuale Segretario della salute e dei servizi umani degli Stati Uniti, Robert Kennedy jr, noto per le sue posizioni contrarie alla somministrazione dei vaccini obbligatori e per il suo sostegno a teorie ampiamente ritenute anti-scientifiche.

Il cerchio sembra chiudersi: secondo le voci più critiche, gli Usa punterebbero a utilizzare migliaia di minori guineani come cavie nel tentativo di supportare l’approccio antiscientifico sui vaccini del governo del presidente Donald Trump.

Una politica che molti considerano deleteria dal punto di vista etico. Al punto che un esperto come il pediatra e immunologo statunitense Paul Offitt, ha paragonato gli studi sul vaccino dell’epatite B al tristemente noto Tuskegee Experiment. Quest’ultimo era uno studio condotto tra gli anni ‘30 e ‘70 del 900 in cui centinaia di cittadini afroamericani non adeguatamente informati vennero di fatto lasciati morire per poter monitorare il decorso della sifilide in assenza di cure. 


L’appalto contestato 

Meglio andare per ordine però, vista la complessità del tema in questione. Sul finire dell’anno scorso, il Centers for Disease Control and Prevention  (CDC) ha assegnato 1,6 milioni di dollari a un controverso centro studi legato alla University of Southern Denmark (SDU) per svolgere dei trial in Guinea-Bissau.

Gli studiosi danesi si erano proposti di implementare il progetto tramite il Bandim Health Project, una decennale iniziativa sanitaria di base nell’omonima città guineana figlia di una collaborazione tra l’ateneo scandinavo e il ministero della salute del paese africano. Il CDC è invece un’agenzia sanitaria del governo Usa, specializzata nel controllo epidemiologico e la salute pubblica.

L’obiettivo dei trial era valutare gli effetti della vaccinazione neonatale contro l’epatite B sulla mortalità precoce, sulla morbilità e sugli esiti dello sviluppo a lungo termine, in modo particolare sotto il profilo dermatologico e neurologico.

Già questo passaggio aveva fatto storcere il naso a molti esperti, visto che il siero contro l’epatite B è già largamente riconosciuto come efficace e privo di effetti collaterali significativi.

Le modalità dell’esperimento 

Si sarebbe dovuto procedere in questo modo: 14.000 bambini guineani sarebbero stati divisi in due gruppi. A 7.000 il vaccino veniva somministrato alla nascita, come consigliato dall’Oms, mentre gli altri 7.000 lo ricevevano a partire dalla sesta settimana di vita, come attualmente previsto dalla legge guineana. Gli effetti dell’inoculazione venivano poi monitorati per un massimo di cinque anni.

Urge un passaggio indietro rispetto a quanto dispone la legge guineana. Bissau finora infatti, non ha attuato la direttiva consigliata a livello internazionale per una serie di ragioni logistiche e culturali.

Le autorità sanitarie del paese africano hanno però riconosciuto il rischio a cui si sottoporrebbero i minori privandoli del vaccino alla nascita, e hanno deciso di iniziare a somministrare il medicinale ai neonati a partire dal biennio 2027-28.

Il trial finanziato dal governo Usa mirava proprio a sfruttare questa finestra di tempo mancante per cercare di valutare i possibili effetti non specifici del vaccino, ovvero quelli non legati al contrasto dell’epatite B, la ragione per cui viene inoculato. 

Le criticità 

I problemi che presenta questo approccio sono innumerevoli. A partire dalle caratteristiche del contesto guineano: secondo studi recenti, quasi un adulto su cinque nel paese soffre di epatite B, più di un bimbo su cinque è già infetto entro i 18 mesi.

Quanto prima un minore contrae la malattia, maggiori sono le probabilità che sviluppi la cirrosi epatica e poi il tumore al fegato, le principali cause di morte legate all’epatite. Con dati del genere, decidere di non somministrare il vaccino a 7.000 bambini nell’ambito di un trial clinico pur disponendo del medicinale è  ritenuto problematico.

Critiche nette sono arrivate dal segretario generale dell’OMS, Tedros Adhanom Ghebreyesus. «La Guinea-Bissau è uno dei paesi con un’alta prevalenza di epatite B – ha affermato in settimana Tedros -, e rifiutare una dose alla nascita potrebbe effettivamente esporre i neonati a un alto rischio di infezione».

Il segretario generale ha proseguito: «Questa decisione viola il protocollo di base. Quando si dispone di un farmaco efficace, negare a metà della popolazione infantile l’accesso a un vaccino che esiste da oltre 40 anni, che è sicuro ed efficace, non è etico».

Tedros ha aggiunto, in riferimento agli Usa e alle loro politiche: «Certo ogni paese può seguire una propria policy, ma per quanto riguarda l’OMS, non è etico procedere con questa ricerca».

I dubbi sullo stato dei trial 

I dubbi sulla sua eticità sono in realtà molto diffusi, al punto che non è neanche chiaro se questo progetto sia stato bloccato, cancellato o se sia al contrario ancora autorizzato e pronto a partire. 

Di recente, il ministro della salute della giunta militare, Quinhim Nanthote, ha detto alla stampa che il progetto è stato «sospeso o cancellato».

Questa versione è stata rilanciata anche dall’Africa CDC, l’organismo dell’Unione africana per il controllo epidemiologico e la salute pubblica. L’agenzia, per bocca del dirigente Yap Boum, si è detto «grata» del fatto che l’iniziativa fosse stata cancellata.

A non essere d’accordo è solo il Dipartimento della Salute Usa, che pochi giorni prima delle parole del ministro aveva sostenuto che il progetto sarebbe andato avanti.

Parte della confusione potrebbe essere anche imputata al golpe militare dello scorso 26 novembre, con cui i militari al potere hanno deposto il presidente uscente Umaro Sissoco Embalò e interrotto il processo elettorale in corso. Si era infatti votato appena tre giorni prima. 

Il colpo di mano militare ha provocato una serie di brusche sostituzioni all’interno dell’amministrazione pubblica, rendendo più complicata la trasmissione delle informazioni.

Il modello Trump

La situazione non è chiara, ma quanto c’è di certo presenta elementi inquietanti. Anche perché in linea con l’approccio America First di Trump. Una politica che non è assimilabile all’isolazionismo nel senso classico del termine ma che appare più orientata a trattare con gli altri paesi del mondo soprattutto in termini di vantaggio politico a livello interno.

Anche questi trial clinici sembrano parte dello schema. Kennedy Jr. è da sempre un sostenitore dell’idea che alcuni vaccini possano contribuire all’insorgenza del disturbo autistico. Più in generale, l’esponente del governo ha espresso più volte posizioni contrarie all’obbligatorietà dei vaccini.

Non appare un caso quindi, che il dipartimento sotto la sua gestione abbia modificato una serie di disposizioni che proseguivano da decenni, restringendo le condizioni in cui il vaccino contro l’epatite B per i neonati è suggerito come obbligatorio.

Altri lati d’ombra

A colpire sono poi i mezzi con cui vengono portate avanti alcune politiche, sempre in coerenza con quanto portato avanti dall’amministrazione Trump. I ricercatori danesi sostengono che con i trial 7.000 bambini che non avrebbero ricevuto il vaccino avranno accesso al siero.

Il Bandim Health Project afferma inoltre che l’iniziativa cesserà nel momento in cui Bissau inizierà a somministrare i sieri alla nascita, quindi tra il 2027 e il 2028.

Il progetto affidato all’università danese di cui si scrive è stato però assegnato senza gara d’appalto e senza neanche la consueta revisione etica, stando a quanto rivelato dall’agenzia AP.

Non solo. Uno dei leader del team di ricerca danese incaricato del progetto è Christine Stabell Benn, consulente di un comitato nominato da Kennedy che ha recentemente votato per smettere di raccomandare una dose di vaccino contro l’epatite B per tutti i neonati negli Stati Uniti: le modifiche al protocollo a riguardo già citate.

Bell e Peter Aaby, l’altro leader del team di ricerca, hanno inoltre pubblicato alcuni anni fa uno studio in cui si affermava che il vaccino contro tetano e difterite aveva contribuito alla morte di alcune giovani donne in Guinea-Bissau.

Lo studio era stato poi ritrattato dagli stessi autori l’anno successivo, eppure Kennedy Jr. lo aveva comunque citato al momento di annunciare la sospensione del sostegno USA a Gavi, un’alleanza internazionale pubblico-privato per la diffusione dei vaccini nei paesi del sud globale.

I rischi in Guinea-Bissau

I trial clinici sul vaccino rischiano inoltre di avere effetti particolarmente pericolosi in Guinea-Bissau, un paese dove l’alfabetizzazione sanitaria è scarsa e dove sei abitanti su dieci vivono una condizione di povertà multidimensionale, relativa cioè all’accesso a salute, istruzione e standard di vita degni.

A evidenziare le complessità di questo studio clinico nel paese è stata l’ex ministra della salute guineana, Magda Robalo. In un’intervista all’emittente Radio France Internationale (RFI), la ex ministra ha sottolineato almeno due questioni: da una parte, la difficoltà a ottenere un consenso informato giusto e completo in contesti poco alfabetizzati. 

Dall’altra, il rischio che questi trial e la confusione che li accompagna creino diffidenza nei confronti di vaccini che sono ritenuti in realtà già molto affidabili, con possibile ripercussioni negative sul grado di immunizzazione della popolazione. 

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Italia Migrazioni Pace e Diritti Politica e Società Unione Europea
Da Perego a Zuppi, dalle ONG ai giuristi. Si punta il dito sull’inumanità e incostituzionalità della norma voluta dal Consiglio dei ministri
Ddl immigrazione: le reazioni del mondo cattolico e laico
13 Febbraio 2026
Articolo di Redazione
Tempo di lettura 4 minuti
(Credit: Commander, U.S. Naval Forces Europe-Africa/U.S. 6th Fleet / Flickr)

Dalla Conferenza episcopale italiana (CEI) a Mediterranea, da Fondazione Migrantes all’ASGI. Il ddl immigrazione approvato dal Consiglio dei ministri fa discutere e reagire il mondo cattolico come quello civile.

Tante le voci che si levano con preoccupazione davanti a una stretta inumana, incomprensibile, anticostituzionale e contraria al diritto internazionale.

Tant’è vero che le varie realtà giuridiche iniziano a studiarne i profili per poter procedere a studiarne i profili d’illegittimità per poter procedere a ricorsi alla Corte costituzionale.

Monsignor Giancarlo Perego, arcivescovo di Ferrara-Comacchio e presidente della Fondazione Migrantes, sottolinea preoccupato come il ddl metta “prima la tutela dei confini e poi la tutela delle persone”.

Ma non solo, ne rimarca il profilo anticostituzionale: “È in contraddizione con l’articolo 10 della Costituzione che dice che lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica”.

Per chi ha fatto della frase “no muri, ma ponti” un monito e un impegno del mondo cattolico, è difficile accettare un disegno di legge che “fa del Mediterraneo sostanzialmente un muro, il che è anche per le frontiere terrestri perché ciò che si dice per il Mediterraneo vale anche per le frontiere terrestri”.

A fargli da eco Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della CEI, che si sofferma su una realtà strutturale com’è la migrazione che ha necessità di una risposta strutturale:

“C’è la necessità della gestione di un fenomeno epocale, gigantesco anche per i numeri, per quello che comporta, e quindi bisogna saperlo gestire insieme. Molte volte non si è gestito, si è soltanto subìto. Bisogna gestirlo guardando avanti, al futuro, mettendo al centro la persona, coniugando la sicurezza con l’accoglienza. Crediamo che le due dimensioni siano complementari, perché c’è sicurezza quando c’è accoglienza”.

Chiamate in causa sul soccorso di vite su cui pende la minaccia del blocco navale mentre si hanno persone migranti a bordo, le ONG che vedono nel ddl “nuove misure che non puntano a governare i flussi ma a colpire navi umanitarie”, scrivono una nota congiunta.

Alarm Phone, Emergency, Medici senza Frontiere, Mediterranea Saving Humans, Open Arms, ResQ People Saving People, Sea-Watch, Sos Humanity e Sos Mediterranee definiscono il disegno di legge “un grave arretramento nella tutela dei diritti fondamentali”, nonché “una compressione del diritto di asilo”.

E continuano: “Troviamo inaccettabile che il governo consideri una minaccia alla sicurezza nazionale le persone che rischiano di annegare nel Mediterraneo e le persone che tentano di salvarle”.

E ancora: “Queste norme non rendono lo stato più sicuro. A mettere in pericolo lo stato di diritto è invece il governo che sceglie di sospendere la legalità nelle città e in mare, di limitare il diritto d’asilo, di criminalizzare chi manifesta o chi salva vite”.

E sul rispetto al diritto internazionale entrano in campo i giuristi: la loro preoccupazione è che, per come è stato formulato il ddl, vi possa essere un nuovo richiamo della CEDU, la Commissione europea dei diritti umani, che da tempo la stessa Europa mette in discussione perché diventa un deterrente allo smantellamento dei diritti di chi emigra e a diversi passaggi dello stesso Piano di migrazione e asilo che entrerà in vigore a giugno.

D’altra parte l’ASGI, Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione, da tempo, sottolineava la preoccupazione riguardo alla stretta sulla protezione complementare, al blocco navale – come possibilità di interdire l’attraversamento delle acque territoriali italiane per un periodo limitato in caso di “minaccia grave per l’ordine pubblico o la sicurezza nazionale” o di “pressione migratoria eccezionale” – e soprattutto alle norme che riguardano i Centri di permanenza per il rimpatrio (CPR) e l’impossibilità di accedervi per poter verificare la violazione dei diritti.

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Ambiente Conflitti e Terrorismo Economia Politica e Società Somalia
Il sito minerario nella regione di Sanaag è una zona grigia dove le estrazioni non sono regolamentate
Somalia, a chi fa gola l’oro di Milxo
Un nuovo report di Global Initiative Against Transnational Organized Crime’s indaga il boom aurifero nell’insediamento minerario conteso nella Somalia nord-orientale. Dove sono attivi anche gruppi di al-Shabaab e Stato Islamico e forti gli interessi degli Emirati
13 Febbraio 2026
Articolo di Rocco Bellantone
Tempo di lettura 5 minuti

Si chiama Milxo ed è un remoto insediamento minerario risucchiato in uno dei tanti vuoti amministrativi che caratterizzano la Somalia nord-orientale.

Fin qui nulla di strano, se non fosse che negli ultimi dieci anni le estrazioni e i traffici d’oro dentro e attorno a Milxo sono cresciuti al punto da renderlo oggetto di contesa tra i governi di Puntland e Somaliland e quello federale di Mogadiscio, i jihadisti di al-Shabaab e dello Stato Islamico e, dall’estero, gli Emirati Arabi Uniti.

Su questo nuovo hub del commercio internazionale d’oro ha aperto un focus il recente report “The somali gold rush. Milxo and ungoverned mining frontex”, scritto dall’analista Jay Bahadur per Global Initiative Against Transnational Organized Crime’s (GI-TOC).

Le dispute nell’area

Milxo si trova ai piedi dei Monti Golis che si estendono dalla parte nord-occidentale del Puntland a quella orientale del Somaliland.

Sul piano amministrativo fa parte della regione di Sanaag, ricca non solo di oro ma anche di rame, stagno, litio, platino, tantalio, titanio e uranio, motivo per cui da decenni sono tanti i soggetti politici che ne rivendicano il controllo.

Nella regione di Sanaag e in quella limitrofa di Sool a dettare legge sono i clan Warsangeli e Dhulbahante, entrambi sottoclan degli Harti/Darod, a loro volta dominanti nel Puntland.

L’anno spartiacque per la località di Milxo è il 2014, quando da centro popolato da poche centinaia di persone inizia a trasformarsi in un sito minerario di dimensioni sempre più vaste, arrivando oggi a ospitare circa 10-15mila residenti permanenti.

Formalmente Milxo rientra nella giurisdizione del Puntland ma di fatto chi la controlla è il clan Warsangeli.

Nel 2005, complice un accordo tra la società australiana Range Resources e l’allora presidente del Puntland, Mohamud Muse Hersi, il clan Warsangeli insorge per essere stato tagliato fuori dall’accesso alle risorse di Milxo.

Le tensioni vengono sfruttate da al-Shabaab per radicare la propria presenza nel Puntland settentrionale.

L’area è considerata particolarmente strategica per i miliziani jihadisti, non solo per i minerali preziosi ma anche perché avanzare lungo i Monti Golis garantisce loro l’apertura di una linea di comunicazione diretta con gli alleati qaedisti nello Yemen con cui scambiarsi uomini e armi.

Il progetto inizia a prendere forma nel febbraio 2012 quando Yasin Kilwe, stretto collaboratore dell’allora leader di al-Shabaab Ahmed Abdi Godane, si dichiara emiro dei mujaheddin dei Monti Golis.

A complicare le dispute nell’area sono stati negli ultimi anni altri due fattori. Nel luglio 2025 il governo federale somalo ha riconosciuto come sesto stato federato della Somalia il Northeastern State che incorpora le regioni di Khatumo e Maakhir e, dunque, anche la regione di Sanaag dove si trova Milxo.

Inoltre, nell’area alla minaccia jihadista consolidata di al-Shabaab si è sommata quella dello Stato Islamico in Somalia che nel Puntland controlla diversi territori, con proprie cellule operative a Bosaso, principale snodo per i carichi di oro estratti a Milxo e diritti all’estero.

L’influenza di al-Shabaab

Secondo il report di GI-TOC nell’area di Milxo almeno dal 2019 al-Shabaab taglieggia società e singoli minatori che operano nella miniera d’oro facendo passare le estorsioni per zakat, la tassa islamica che impone, a chi può permetterselo, di versare il 2,5% dei propri risparmi per aiutare i più poveri.

L’imposta, che dovrebbe essere versata solo una volta all’anno, viene invece riscossa dai jihadisti in modo molto più frequente. A Milxo nel 2022 le società minerarie arrivavano a pagare corca 3mila dollari al mese ad al-Shabaab, più un’ulteriore imposta settimanale su ogni grammo d’oro estratto.

Inoltre, stando alle fonti riportate nel report, i jihadisti avevano alle proprie dipendenze circa cento minatori. Per operare indisturbato a Milxo, al-Shabaab deve scendere costantemente a patti con il clan locale Warsangeli.

Economia sommersa

Sulla carta a Milxo risultano 20 siti minerari attivi. Nella maggior parte di questi vengono impiegati tecnici stranieri e manovalanza somala o di paesi limitrofi, costretta a operare in condizioni altamente rischiose a causa dell’uso diffuso di mercurio e della cianurazione come metodo di lisciviazione chimica per estrarre l’oro dai minerali, con impatti devastanti sul suolo e sulle risorse idriche.

Dalle indagini condotte dal GI-TOC emerge che 25 operatori attivi nella località sono coinvolti in esportazioni di oro a Dubai. Ma di questi, solo due hanno ricevuto una regolare autorizzazione a operare nella località dal governo federale somalo.

Gran parte dell’oro estratto a Milxo plana verso Dubai. Da quando il sito ha aumentato le proprie dimensioni le importazioni di oro somalo da parte degli Emirati sono quasi raddoppiate, passando da 2,8 tonnellate nel 2017 a oltre 5 tonnellate nel 2023.

In affari con il governo del Puntland è Euro Mark Group for Development Company LLC, con sede a Dubai e presente anche a Milxo attraverso Euro Mark General Trading.

Una volta atterrato a Dubai l’oro di Milxo procede indisturbato la sua corsa verso i mercati internazionali, dribblando senza particolari difficoltà gli scarsi controlli alla dogana.

In questo quadro così frammentato le estrazioni di oro vengono dunque condotte senza essere di fatto regolamentate in alcun modo. Il governo federale somalo, di fatto, dichiara che la quasi totalità delle attività svolte è illegale poiché ciò che accade a Milxo non è frutto di un accordo con il governo del Puntland.

Che, a sua volta, non essendo dotato di una vera e propria regolamentazione in materia estrattiva si limita a scendere a compromessi con gli attori interni ed esterni. E a incassare, ma solo formalmente, un’imposta doganale nominale di 0,13 dollari al grammo, circa lo 0,2% del valore, che riscuote all’aeroporto di Bosaso.

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Economia Etiopia Italia Politica e Società
Italia-Africa / Quale modello per i nostri investimenti nel continente
Un maxi-progetto alla volta
In occasione del secondo vertice Italia-Africa, in corso ad Addis Abeba, vi riproponiamo l'analisi sul Piano Mattei e sui rapporti tra il governo Meloni (e l'industria italiana) e l'Etiopia
13 Febbraio 2026
Articolo di Alberto Magnani
Tempo di lettura 9 minuti
Giorgia Meloni con Abiy Ahmed

Questo articolo è uscito nella sezione “Africa 54” del numero di Nigrizia di luglio – agosto 2025.

Lo scorso maggio il premier etiopico Abiy Ahmed è atterrato a Roma, a un anno e mezzo dal summit Italia-Africa del gennaio 2024 e a più di due dal bilaterale di inizio 2023 con la presidente del consiglio, Giorgia Meloni.

La vetrina istituzionale è andata agli elogi dei rapporti bilaterali fra Roma e Addis Abeba, sullo sfondo del programma triennale di cooperazione allo sviluppo da 140 milioni di euro siglato dai due e rinvigorito dal lancio ufficiale del Piano Mattei a inizio 2024.

Una diga è per sempre

Ai margini del faccia a faccia politico con Meloni, se ne è tenuto uno fondamentale negli orizzonti di Abiy: quello con Pietro Salini, amministratore delegato del gruppo italiano delle costruzioni WeBuild.

I due, come ha evidenziato lo stesso Abiy sul social X, hanno discusso dei «mega progetti» infrastrutturali che coinvolgono la ex Salini Impregilo nel secondo paese più popoloso dell’Africa: le due dighe Grand Ethiopian Renaissance Dam e Koysha, chiamate a rafforzare e ampliare la produzione energetica di un gigante che vacilla fra le aspirazioni di grandeur di Abiy e carenze più basilari come, appunto, un aggancio alla corrente accessibile a poco più di un etiopico su due.

«Con la Grand Ethiopian Renaissance Dam – l’orgoglio della nostra nazione e dell’Africa – in fase di completamento nei prossimi mesi, e l’accelerazione dei progressi della Koysha Dam, la partnership di Salini è stata determinante per il raggiungimento dei nostri obiettivi nazionali», ha scritto Abiy.

Nell’agenda del premier etiopico, i «mega progetti» come quello di WeBuild e iniziative più calibrate possono viaggiare sullo stesso binario, contribuendo da premesse e dimensioni diverse all’espansione del hub del Corno d’Africa.

Due approcci che si parlano poco

Nella prospettiva italiana, si intravede uno scenario più articolato: quello di una frattura tra due approcci diversi al continente, una dicotomia che si è resa anche più evidente con il debutto del Piano Mattei e nello sfondo del cosiddetto Global Gateway, la strategia infrastrutturale lanciata dalla Ue nel 2021 e destinata a riservare all’Africa 150 dei 300 miliardi di euro complessivi.

Da un lato progetti infrastrutturali concordati con big esterni come WeBuild e incardinati su un modello ad alta intensità di capitale, con ricadute robuste sul lungo termine. Dall’altro l’aspirazione di un partenariato alla pari e dello stimolo di una collaborazione imprenditoriale orizzontale, attuando l’ormai celebre «cambio di paradigma» invocato da Meloni nella promozione del Piano Mattei.

Il divario più netto è quello dimensionale, fra i maxiprogetti infrastrutturali condotti privatamente e quelli che dovrebbero confluire nel nuovo modello di investimento e collaborazione paritaria con le economie del continente.

Secondo dati dell’Agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane (Ice) fermi al 2021, l’ultimo anno disponibile, in Africa contano quasi 1.400 imprese italiane attive, con un fatturato complessivo nell’ordine dei 34 miliardi di euro. L’Ice non fornisce uno scorporo dei principali investimenti italiani, ma i numeri disponibili danno già una proporzione dei volumi in ballo e del divario rispetto al resto del «sistema» improntato dalle nuove strategie italiane.

I due soli progetti di WeBuild per le dighe etiopiche si muovono su valori stimati per 6 miliardi di euro fra i 3,37 miliardi della Gerd e gli 1,5 miliardi della diga Koysha. L’intera dotazione originaria del Piano Mattei si attesta sui 5,5 miliardi di euro attinti da cooperazione e fondo italiano per il clima, anche se l’obiettivo dichiarato è la mobilitazione di altri fondi e l’aggancio con l’intelaiatura del Global Gateway comunitario.

Il Corridoio di Lobito, cambio di paradigma o caso isolato?

Un caso che può fare da sintesi fra i due è la partecipazione italiana al cosiddetto Corridoio di Lobito, l’infrastruttura congegnata nel perimetro del G7 per saldare paesi ricchi di risorse minerarie come Zambia e Repubblica democratica del Congo allo scalo portuale dell’omonima città angolana: un tentativo di argine alla preponderanza cinese nella regione, oggi in via di ridiscussione a Kinshasa e minacciata dalle trattative avviate dal leader Félix Tshisekedi con l’amministrazione di Donald Trump.

L’infrastruttura da oltre 800 chilometri viene rivendicata da Palazzo Chigi come uno dei dossier emersi con più evidenza dalla riunione dei leader G7 di Borgo Egnazia ai tempi della presidenza italiana del club nel 2024.

Roma ha già annunciato una partecipazione nell’ordine dei 320 milioni di dollari americani in investimenti a sostegno della rete ferroviaria e dei progetti paralleli, con la prospettiva di creare sinergie con l’Alliance for Green Infrastructure in Africa, un’iniziativa per le infrastrutture ecosostenibili lanciata da Unione africana, Banca africana di sviluppo e altri partner globali.

L’obiettivo, fanno notare fonti italiane, è quello di un «asse logistico regionale per il trasporto non solo di minerali strategici, ma anche di prodotti agricoli e input energetici, in un’ottica di sviluppo integrato». In sé, l’architettura di un progetto tanto rilevante da reggere al terremoto di Trump alla Casa Bianca può rappresentare «un cambio di paradigma interessante», spiega Umberto Marengo del British International Investments, l’istituto finanziario per lo sviluppo del governo britannico.

«Il corridoio viene sviluppato, insieme, da governo e costruttori e non si limita alla logica “opportunistica” di aspettare investimenti abbastanza maturi da essere ritenuti a basso rischio» spiega Marengo, evidenziando il «cambio di passo» che potrebbe essere implicito in termini di una partecipazione più di sistema a un progetto di quella portata.

Al tempo stesso, fa notare, i progetti «con un grado di maturità simili sono pochissimi», impedendo una replica del modello su altri investimenti e in un’ottica più organica rispetto alle singole iniziative.

Uno spiraglio per una maggiore sintesi fra l’approccio dei macro-progetti e quello più partecipato sembra implicito a un altro obiettivo chiave del governo italiano, la cosiddetta europeizzazione del Piano Mattei: un intreccio più strutturato fra l’iniziativa di Palazzo Chigi e il Global Gateway europei, due modelli destinati a coesistere da subito e più volte indicati come complementari da Roma e Bruxelles.

Al momento il GG, come viene indicato, si è lasciato alle spalle 225 progetti approvati e altri 46 in lizza nel 2025, con un raggio di azione che va dalla connettività digitale alla salute, dall’energia pulita ai trasporti. Anche se il matrimonio è naturale e consacrato dall’ultimo vertice Italia-Ue dello scorso 20 giugno, i rischi sottostanti possono essere – almeno – due.

Il primo è quello sui tempi di realizzazione di progetti che si incagliano, spesso, nella fase di annuncio. Il secondo è sul mantenimento di una regia verticistica di Bruxelles e Roma, in ordini variabili, senza l’inclusione dichiarata di partner continentali e la proiezione di benefici a favore delle economie continentali.

L’esito rischia di essere quello dello status quo già conclamato, con il gap fra i progetti di grossa dimensione sotto la regia dei grossi gruppi e il mosaico di accordi di dimensione ridotta nel perimetro del «sistema Italia» e delle ambizioni sull’asse fra Piano Mattei, Global Gateway e Afriche.


L’asse Roma-Bruxelles

Undici intese strategiche per rafforzare l’integrazione del Piano Mattei per l’Africa nel quadro del Global Gateway europeo. È il lascito principale del vertice Italia-Ue dello scorso 20 giugno. Dove si è parlato anche di debito africano. Meloni ha annunciato l’iniziativa di convertire l’intero ammontare del debito delle nazioni meno sviluppate e abbattere del 50% quello delle nazioni a reddito medio-basso. 

Al summit, oltre a Meloni e alla presidente della Commissione Ue, Ursula Von der Leyen, erano presenti rappresentanti di paesi africani interessati al Corridoio di Lobito (Angola, Zambia, Rd Congo e Tanzania) e di partner multilaterali come Banca mondiale e Banca africana di sviluppo.

Fra gli accordi annunciati quello per la prima tranche dell’impegno italiano nel Corridoio di Lobito: la realizzazione di un collegamento ferroviario fra Zambia e Angola per il quale è previsto un finanziamento anche di Cassa depositi e prestiti garantito da Sace.

Sempre a supporto del Corridoio, la Commissione Ue ha sottoscritto tre contributi a fondo perduto per Luanda, oltre a manifestare interesse formale per finanziare un collegamento stradale fra Angola e Zambia per favorire lo sviluppo delle economie locali zambiane. L’Ue ha anche annunciato nuove risorse destinate alle sezioni africane e indo-pacifiche del cavo sottomarino Blue Raman, a beneficio di paesi come Gibuti, Etiopia, Somalia, Tanzania e Kenya. (red)


Gerd e scambi col continente. Grande opera con sfondo modesto

La Grand Ethiopian Renaissance Dam o Gerd, la «diga della Rinascita», è il maxi-progetto infrastrutturale avviato nel 2011 per potenziare la produzione idroelettrica dell’Etiopia. L’infrastruttura è stata affidata all’italiana Webuild e si situa sul Nilo Azzurro nella regione del Benishangul – Gumuz, a nordovest di Addis Abeba. Una volta ultimata, rappresenterà la diga più imponente su scala africana: un colosso lungo 1.800 metri e alto 170, capace di contenere 74 miliardi di metri cubi d’acqua e destinato a una produzione di 15.700 Gwh l’anno.

L’opera ha scatenato tensioni a intermittenza con il Sudan e soprattutto con l’Egitto, preoccupato dal drenaggio di risorse idriche fondamentali a un sistema economico già piagato da anni di crisi e incalzato da vari fattori di inquietudine a livello regionale.

I diversi round negoziali si sono sempre conclusi con un nulla di fatto, mantenendo una linea di tensione fra Addis Abeba e Il Cairo. Fuori dalla sua dimensione interna e regionale, la Gerd rappresenta anche uno dei progetti più rilevanti di un’azienda italiana nel continente, sullo sfondo di un intreccio commerciale ancora modesto.

L’interscambio fra Italia ed economie africane si è attestato nel 2024 su un valore vicino ai 55 miliardi di euro, sotto i quasi 60 miliardi del 2023. Il flusso è dominato dalle importazioni, con 34,8 miliardi di acquisti contro vendite da 20 miliardi nello stesso anno.

L’Africa settentrionale assorbe da sola il 70% delle esportazioni verso l’Italia, divise fra Tunisia (2,5 miliardi, 17,3% del totale), Algeria (2 miliardi, 13,9%), Egitto (1,9 miliardi, 13,8%), Marocco (1,9 miliardi, 13,8%) e Libia (1,7 miliardi, 11,8%). Quella subsahariana si accontenta di un 30% dominato dalla quota del Sudafrica (1,6 miliardi, l’11,1%), l’economia più industrializzata del continente.

Fra il 2017 e il 2021, secondo dati forniti dall’agenzia italiana Ice, le imprese estere a partecipazione italiana in Africa sono rimaste stabili – 1.386 all’inizio del periodo, 1.378 alla fine – a fronte di un calo robusto degli addetti impiegati (da 66.424 a 62.695) e del fatturato: i ricavi totali sono diminuiti da 38,6 miliardi di euro a poco meno di 34 miliardi nello stesso periodo.

La prevalenza di big nordafricani come Egitto e Algeria nella bilancia delle vendite lascia già trasparire il peso prioritario del settore energetico nella bilancia commerciale, una dinamica pregressa al Piano Mattei e – parzialmente – cristallizzata dai primi interventi della strategia del governo italiano.

Secondo dati Ice riferiti al 2023, il gas naturale finiva per assorbire il 35,2% degli acquisti italiani dall’Africa (13,8 miliardi) e il petrolio ne rappresentava una quota pari al 28,8% (11,3 miliardi), registrando una flessione di poco più del 30,5% e del 13,6% sul 2022 come effetto del calo dei prezzi a livello congiunturale.

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Italia Migrazioni Pace e Diritti Politica e Società
Il Consiglio dei ministri ha approvato il disegno di legge che comprende anche le disposizioni per attuare il Patto UE
Ddl immigrazione: l’Italia si chiude dentro e lascia l’umanità fuori
Vita impossibile per chi salva le persone in mare, stretta sui ricongiungimenti e anche sui minori stranieri non accompagnati
12 Febbraio 2026
Articolo di Elio Boscaini
Tempo di lettura 5 minuti
(Credits: Sandor Csudai)

Torna in mente quanto detto dalla presidente del consiglio Giorgia Meloni due settimane dopo la tragedia di Cutro (febbraio 2023): «Il governo andrà a cercare gli scafisti lungo tutto il globo terracqueo». E sappiamo com’è andata.

Ed eccoci adesso a un altro disegno di legge anti-migranti (ma quanti sono questi ddl?) con nuove misure, le ennesime. La bozza di provvedimento comprende anche le disposizioni per l’attuazione del Patto UE sulla migrazione e l’asilo in via di adozione definitiva e prossimo a entrare in vigore a giugno.

Di blocchi navali e altre assurdità

Il Consiglio dei ministri ha varato ieri 11 febbraio il ddl migranti che dice nuova stretta sui ricongiungimenti, rimpatri e minori. All’articolo 12, si riaffaccia il famoso “blocco navale”, tanto caro alla nostra prima ministra, cui piaceva evocarlo anche quando occupava i banchi dell’opposizione:

«Nei casi di minaccia grave per l’ordine pubblico o la sicurezza nazionale, l’attraversamento del limite delle acque territoriali può essere temporaneamente interdetto con delibera del Consiglio dei ministri, su proposta del ministro dell’Interno». Amen. Il blocco è decretato per 30 giorni che si possono rinnovare per ben 6 volte (!).

Rischio terrorismo, pressione migratoria eccezionale, emergenze sanitarie ed eventi internazionali che richiedano misure di sicurezza: sono questi i quattro casi in cui l’interdizione diretta alle ONG, è applicabile. Criminalizzare chi porta soccorso… che altro significa?

Riaffiorano alla mente “i blocchi di salviniana memoria” (vero Conte 1?) declinati in circostanze troppo vaghe ed estese, che non possono non suscitare il sospetto di un margine di arbitrio troppo ampio lasciato all’esecutivo. Il Donald di Washington insegna?

Tutto ciò però appare incompatibile con il divieto di respingimento collettivo stabilito da convenzioni internazionali ed europee che l’Italia ha ratificato. I migranti potranno essere trasportati “in paesi terzi da quello di appartenenza o provenienza” con i quali l’Italia ha accordi. E rieccoci al “modello Albania”.

Ma poi potrebbe essere anche l’Egitto della tragedia di Giulio Regeni, la vicina Tunisia che tutto è ma non un paese… democratico. E ancora: con la promessa di qualche spicciolo, quanti altri paesi (africani in primis) potrebbero prestarsi al gioco del nostro paese?

Con le ONG 

Noi ci schieriamo decisamente dalla parte delle ONG che ogni giorno salvano vite in mare. Il nostro governo fa finta o lo fa di proposito di dimenticare completamente la legge del mare, quel complesso di norme internazionali, nazionali e consuetudinarie che impone l’obbligo assoluto del salvataggio in mare?

L’assistenza alle persone in pericolo è o non è un dovere giuridico inderogabile, indipendentemente dalla nazionalità, dallo status o dalle circostanze in cui si trovano?

Ricordiamo che il Codice della navigazione italiano (art. 489) prevede che «l’assistenza a nave o ad aeromobile in mare o in acque interne, i quali siano in pericolo di perdersi, è obbligatoria, in quanto possibile senza grave rischio della nave soccorritrice, del suo equipaggio e dei suoi passeggeri».

L’obbligo di soccorso poi non si esaurisce nel recupero delle persone, ma include il dovere di condurle in un “luogo sicuro” (place of safety), dove la loro vita non sia più in pericolo e i loro diritti fondamentali rispettati.

Per le ONG quindi dar seguito alle indicazioni del governo italiano significa tradiere la propria stessa missione umanitaria. Già mi vedo i contenziosi giuridici…a tanti livelli.

Senza nascondere il sospetto che il governo ci conti per motivi politici e dar fiato alla retorica dei nemici interni (magistratura e altri gruppi) che ostacolano il suo lavoro in difesa dei confini nazionali. Non siamo forse in campagna elettorale per il referendum sulle carriere dei giudici e tra un anno per le politiche?

E qui il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi si fa maestro nei confronti dei disobbedienti criminalizzati: multe fino a 50mila euro, confisca del mezzo e… cosucce che abbiamo già visto.

Le norme sui minori stranieri non accompagnati 

Un altro segnale del degrado morale in cui stiamo piombando come Italia (ed Europa) è il «trattenimento del minore straniero non accompagnato», previsto per «circostanze eccezionali»; la stretta sul rilascio di permessi di soggiorno ai migranti che si stanno inserendo nel mondo socio-lavorativo e sui ricongiungimenti famigliari.

Si fanno più stringenti i requisiti sul reddito e per avere un alloggio, escludendo i figli maggiorenni e i genitori. Siamo alle solite: il governo Meloni continua a cantare che sta dalla parte della famiglia, ma se… italiana!

Il ddl introduce anche una serie di reati per cui i giudici hanno l’obbligo di espellere i migranti: intimidazioni con armi da fuoco; furto; violenza, minaccia e resistenza a pubblico ufficiale aggravata (meglio tenersi lontani dalle manifestazioni di piazza); reati informatici…

CPR: un passo avanti e due indietro 

Su spinta della Corte costituzionale, viene introdotta, per la prima volta, una disciplina per i modi di detenzione nei CPR (Centri di permanenza per i rimpatri, strutture di detenzione amministrativa dove vengono trattenuti cittadini stranieri irregolari destinati all’espulsione, non avendo commesso un reato penale ma un illecito amministrativo… spesso criticati per le disumane condizioni di vita e la bassa efficacia nei rimpatri).

All’interno delle strutture «sono assicurati i diritti fondamentali e la dignità della persona connaturati alla privazione della libertà personale», dice il ddl. Se vero, sarebbe già un gran passo avanti.

Tra le misure previste: il divieto di avere cellulari o fare riprese nei centri di detenzione e la forte limitazione alle visite degli assistenti parlamentari (dovranno essere «incardinati» nell’ufficio, escludendo così professionisti legali e sanitari necessari ad accertare le violazioni dei diritti).

La famosa “norma Almastri” sulla consegna di uno straniero allo stato di appartenenza in caso di «pericolo per la sicurezza nazionale» o «compromissione delle relazioni internazionali» è finalmente saltata.

Il governo ne faceva un “atto politico” quindi insindacabile dai giudici, mentre il presidente della repubblica Sergio Mattarella aveva già messo in guardia sui possibili contrasti con i trattati internazionali.   

Mi torna in mente la canzone di Marco Mengoni Esseri umani che ripete:

“Credo negli esseri umani… Che hanno coraggio, coraggio di essere umani… E ti ricordo che non siamo soli a combattere questa realtà… L’amore, amore, amore, ha vinto, vince, vincerà…”

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