Nigrizia

Podcast Politica e Società Sudafrica
L'era dell'Anc sta per finire? È la domanda da cui parte il dossier di Nigrizia di maggio
Africa Oggi podcast / Sudafrica: chi ha disperso l’eredità di Mandela
02 Maggio 2024
Articolo di Redazione
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A statue of Nelson Mandela on Naval Hill overlooking Bloemfontei
Una statua di Nelson Mandela a Bloemfontein. Foto di South African Tourism

Sudafrica al voto il 29 maggio, ma gli elettori non credono più nel partito che fu del leader anti apartheid e chiedono conto delle promesse mancate. Ascolta qui le anticipazioni del dossier di Nigrizia di maggio, con Brando Ricci

Al via a Milano e in tutta Italia su Mymovies, il Festival Cinema Africa, Asia e America Latina (Fescaal). Una breve guida da Simona Cella.

 

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Migrazioni Pace e Diritti Politica e Società Rwanda
La polizia britannica rastrella i migranti dalle case. L’Irlanda bussa a Sunak per restituire chi attraversa i confini
Regno Unito: prima deportazione in Rwanda
02 Maggio 2024
Articolo di Redazione
Tempo di lettura 2 minuti
Il segretario agli interni britannico James Cleverley in visita in Rwanda. Foto dal profilo Flickr del governo del Regno Unito.

Sui giornali inglesi la notizia è certa: c’è stata la prima deportazione di una persona migrante verso il Rwanda. Il primo ministro britannico Rishi Sunak lo aveva dato per certo e prossimo e così è stato: un uomo, cui è stata respinta lo scorso anno la richiesta di asilo, ha accettato di esser trasferito nel paese africano e, per questo, ha ricevuto in cambio un pagamento fino a 3mila sterline.

L’eminenza di voli più consistenti nelle prossime settimane è suggerita dalle immagini pubblicate dal ministero degli interni. In un video si vedono forze di polizia che prelevano dalle loro abitazioni persone migranti ammanettate, destinate alla deportazione. Una decisione votata lo scorso 22 aprile, che ha lo scopo di dissuadere l’attraversamento della Manica dalla Francia verso la Gran Bretagna.

Costi fuori scala 

Un’accelerazione tanto attesa da Sunak, che si era dovuto fermare per una sentenza della Corte suprema britannica e che è ancora sotto attacco sia da parte delle associazioni umanitarie, che sottolineano come il Rwanda non sia paese sicuro, sia da chi ha bocciato il patto, considerato troppo oneroso economicamente: ammonterebbe a 1,8 milioni di sterline il costo della deportazione per migrante, per un totale di 500milioni.

Intanto, visto il via libera votato dalle due camere del parlamento inglese, il governo di Dublino si porta avanti con la decisione di rimpatriare verso il Regno unito le persone che attraversano il confine tra Irlanda del nord e Repubblica d’Irlanda. Un piano in tal senso dovrebbe diventare legge entro fine maggio. Ma anche qua c’è stata, a marzo, una presa di posizione dell’Alta corte irlandese che ha definito il Regno Unito paese non sicuro, proprio in conseguenza del fatto che il Rwanda, destinazione della deportazione delle persone richiedenti, non lo è.

Di fatto il governo irlandese lamenta la presenza di oltre 1.400 migranti irregolari senza alloggio, in gran parte accampati lungo Mount Street, nel centro di Dublino, dove si trova l’ufficio che esamina le richieste di protezione internazionale.

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Chiesa e Missione Politica e Società Sudafrica
Padre Paul Tatu aveva forse assistito a un femminicidio. Ne ha dato notizia padre Gianni Piccolboni
Sudafrica: ucciso a Pretoria un giornalista e missionario stimmatino
Nel paese si registra una media di 85 omicidi al giorno
02 Maggio 2024
Articolo di Redazione
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Immagine dal profilo Facebook della Southern African Catholic Bishops' Conference

Padre Paul Tatu, missionario stimmatino e giornalista, è stato assassinato a Pretoria, capitale amministrativa del Sudafrica. A comunicare la triste notizia è stato Padre Gianni Piccolboni, 76 anni, missionario veronese dell’Istituto delle Sacre Stimmate che ha vissuto in Sudafrica per oltre 30 anni, dove è stato tra l’altro responsabile dei missionari.  

«Siamo stati informati ma non sappiamo ancora bene la dinamica dei fatti» ha chiarito padre Piccolboni. «Sembra tuttavia che padre Paul fosse stato testimone dell’uccisione di una donna». Il religoso, 45 anni, era originario del Lesotho, era laureato in giornalismo e aveva svolto un periodo di servizio presso l’ufficio comunicazioni della Conferenza dei Vescovi cattolici dell’Africa meridionale (Sacbc).

Quest’ultimo ente ha espresso il proprio cordoglio per la scomparsa di padre Paul. In una comunicazione, firmata dal Vescovo Sithembele Sipuka, presidente della Conferenza episcopale, si ricorda che il religioso stimmatino ucciso aveva lavorato con dedizione per diversi anni come responsabile dei media e delle comunicazioni della Sacbc. I vescovi cattolici della regione hanno inoltre sottolineano che l’assassinio di padre Tatu «non è un incidente isolato, ma piuttosto un esempio angosciante del deterioramento della sicurezza e della moralità in Sudafrica».

Il problema sicurezza 

A oggi il paese presenta il terzo peggior dato al mondo per quanto riguarda il tasso di omicidi ogni 100mila abitanti: ben 42, solo Isole Vergini e Giamaica fanno peggio secondo quanto registrato dalla Banca Mondiale. Stando a dati comunicati di recente dal ministro della polizia Bheki Cele, solo nel quarto trimestre del 2023 si sono verificati oltre 7.000 omicidi, per una media di circa 85 al giorno.

Il tema della sicurezza è fra i più discussi in vista delle elezioni generali che si disputeranno il 29 maggio. Secondo diversi sondaggi concordanti,  l’Africa National Congress (Anc) che governa il  paese dal 1994 rischia per la prima volta dal ritorno alla democrazia di scendere sotto il 50% dei consensi a delle consultazioni nazionali, forse anche in modo rovinoso. 

La presenza dei missionari stimmatini in Sud Africa risale al Novembre 1960, quando arrivarono i primi missionari: padre Lino Inama, padre Dario Weger, padre Primo Carnovali e fratel Giuseppe Modena. Ora la Provincia ha comunità in varie nazioni dell’Africa australe: Sud Africa, Lesotho, Botswana, Malawi e Tanzania.

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Ambiente Economia Pace e Diritti Politica e Società Tanzania
Violati i diritti alla terra dei nativi, vince la campagna di attivisti locali e Oakland Institute
Tanzania. La Banca Mondiale sospende i finanziamenti a un progetto di sviluppo turistico
Si tratta di Regrow, iniziativa per cui l'istituto aveva già messo a disposizione 150 milioni di dollari
01 Maggio 2024
Articolo di Bruna Sironi
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I rangers del parco di Tanapa, Immagine dell'Oakland Institute

La Banca Mondiale ha sospeso i finanziamenti al governo della Tanzania per la realizzazione del progetto Regrow (Resilient Natural Resource Management for Tourism and Growth – Gestione delle risorse naturali resiliente per la crescita e il turismo).

L’informazione è stata diffusa nei giorni scorsi dall’Oakland Institute, centro di ricerca americano specializzato, tra l’altro, in advocacy per i diritti alla terra dei popoli nativi. L’organizzazione ha condotto una lunga campagna internazionale contro la realizzazione del progetto a fianco e per conto delle comunità che ne avevano avuto un impatto negativo.

Il progetto Regrow, per cui la Banca Mondiale ha approvato un finanziamento di 150 milioni di dollari – un centinaio già stanziati – prevede un intervento per il miglior utilizzo, la miglior gestione e il raddoppio dell’area del parco Ruaha (Ruaha National Park), conosciuto con l’acronimo di Runapa, nella zona centrale del paese. Obiettivo: aumentare i flussi turistici nell’area. Ma, come in diverse altre situazioni, a fare le spese delle decisioni governative, e dei finanziamenti internazionali, sono state le comunità rurali e native stanziate sul territorio che dovrebbe essere incluso nei confini del Runapa.

I diritti violati 

L’Oakland Institute ha documentato violazioni del diritto alla terra – con la revoca dei titoli di proprietà precedentemente concessi dalle autorità governative competenti – e gravissimi abusi contro la popolazione da parte del corpo dei ranger del parco, dipendenti dalla Tanzania National Park Authority, conosciuti con l’acronimo di Tanapa.

Solo il 18 aprile, dopo più di un anno dall’inizio della campagna condotta dall’Oakland Institute, la Banca Mondiale ha deciso di sospendere i finanziamenti al progetto Regrow e di inviare nel paese una delegazione di alto livello per valutazioni riguardanti in particolare le minacce di sfratto a circa 21mila persone stanziate sul territorio che dovrebbe essere incluso nel Runapa. Il provvedimento sarebbe in contrasto con le stesse regole che l’istituzione finanziaria mondiale si è data per concedere il proprio supporto.

«La decisione della Banca Mondiale, a lungo dovuta, di sospendere questo progetto pericoloso é un passo cruciale verso assunzione di responsabilità e giustizia. Manda un forte messaggio al governo tanzaniano: ci sono conseguenze per il suo rampante trend di abusi nel paese per sostenere il turismo. I giorni dell’impunità stanno finalmente per finire», ha dichiarato Anuradha Mittal, direttrice esecutiva dell’Istituto, nel suo incontro con la stampa.

La questione risarcimenti 

Rimane ancora aperto il problema dei risarcimenti: «… la banca deve concentrarsi su come rimediare ai danni causati alla popolazione che ha perso i suoi cari per la violenza dei ranger o ha avuto la propria vita devastata dalle restrizioni alle proprie attività economiche. Si impongono con urgenza risarcimenti adeguati per tutte le vittime del progetto», ha concluso Mittal.

La campagna di informazione ed advocacy è stata sostenuta da numerosi e autorevoli mass media, quali il The Guardian e lAssociated press, e, in Italia, da Nigrizia. In febbraio l’Istituto e l’organizzazione Rainforest Rescue hanno anche presentato al presidente della Banca Mondiale, Ajay Banga, una petizione firmata da 80.000 persone.

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Gabon Politica e Società
Il rapporto generale delle consultazioni è nelle mani del generale Oligui Nguema che ha guidato il golpe dello scorso agosto
Dialogo nazionale inclusivo, uno sguardo sul Gabon post-Bongo
È stato organizzato per immaginare la fase post-transizione, esclusi quasi tutti i partiti
01 Maggio 2024
Articolo di Elio Boscaini
Tempo di lettura 5 minuti
Il presidente Oligui Nguema riceve il rapporto sul Dialogo nazionale dall'arcivescovo di Libreville, mons. Jean Patrick Iba Ba

Sette mesi dopo il colpo di stato che in Gabon ha posto fine a 55 anni di “dinastia Bongo” (Omar Bongo, presidente per 41 anni e il figlio Ali, più di 14), si è tenuto ad aprile, a partire dal 2 e fino al 28, il Dialogo nazionale inclusivo (Dni). A presiederlo è stato chiamato l’arcivescovo di Libreville e presidente della conferenza episcopale, mons. Jean Patrick Iba Ba. Quasi a riconoscere lo statuto “neutrale”, ma soprattutto il ruolo sociale importante che la Chiesa cattolica e le altre Chiese (85% dei gabonesi si dicono cristiani) svolgono nel paese (tramite le scuole, le strutture sanitarie e di carità), lontane dal far politica, ma solo preoccupate di far vivere bene insieme i gabonesi.

Il capo dello stato e leader della transizione, il generale Brice Clotaire Oligui Nguema (presidente ad interim dal 4 settembre 2023), ha ricevuto il report finale dell’iniziativa in settimana. Il presidente di transizione aveva promesso una vasta consultazione nazionale in vista delle elezioni previste ad agosto 2025. Subito però l’opposizione aveva espresso il timore che il dialogo fosse “fagocitato” dai turiferari del nuovo uomo forte del paese.

La comunità internazionale si è mostrata piuttosto accondiscendente nei confronti dei militari golpisti. Forse a ragione. Il rispetto fin qui del calendario di una transizione di due anni viene a confermare la scommessa. Senza contare poi che una grande parte dei gabonesi vede nel generale Oligui quell’ “eroe” che ha fatto non un colpo di stato ma un “colpo di liberazione”, salvando il paese da una regime “corrotto”, incapace di cogliere amarezze, delusioni, tensioni sociali, divisioni…in un paese che stava naufragando.

Meno politico ma veramente nazionale 

Ed ecco allora il dialogo nazionale come iniziativa dei militari che hanno sentito il bisogno di far sedere, intorno allo stesso tavolo, gabonesi di tutti i partiti, di ogni ordine e gruppo sociale, intellettuali e politici allo scopo di definire insieme un nuovo modello per il paese. Un dialogo non politico, come lo erano quelli precedenti, ma nazionale e inclusivo, capace cioè di far sì che tutti i gabonesi, nessuno escluso, potesse dire la sua. Le misure sarebbero state prese in maniera consensuale.

Gli obiettivi del dialogo – in primis le riforme politiche e istituzionali da apportare ‒sembrano essere stati raggiunti grazie a una strategia, un piano di lavoro e una metodologia che hanno fatto sì che l’insieme delle tematiche venissero affrontate da tre commissioni: politica, economica e sociale, e le sottocommissioni. Si è quindi parlato di: regime e istituzioni politiche, sovranità nazionale, diritti e libertà, riforma e organizzazione dello stato per una migliore democratizzazione della vita politica del paese, economia e finanze, infrastrutture e lavori pubblici, lavoro, agricoltura e ambiente.

Le raccomandazioni sono state adottate in seduta plenaria sabato 27. Non sono costringenti – il dialogo non era “sovrano” – e non sono ancora state rese pubbliche, ma dalle indiscrezioni e dichiarazioni dei partecipanti (più di 600 in rappresentanza di tutte le categorie sociali) si capisce che si è lavorato sodo, non risparmiando critiche al “sistema Bongo).

Le proposte 

La storia non si deve ripetere. Quindi non ci saranno più presidenze a vita, manipolazioni della Costituzione, pressioni sul potere legislativo o giudiziario. Il presidente verrà eletto per 7 anni, rinnovabile una sola volta. Dovrà essere gabonese di padre e madre, senza doppia nazionalità (quanti “sospetti” ai tempi del figlio di Omar, Ali). Sarà capo del governo, quindi sparisce la figura del primo ministro, ma ci sarà un vicepresidente all’americana con poteri delegati. Il presidente sarà responsabile di fronte al parlamento (viene mantenuto il principio del bicameralismo, camera e senato) cui però è sottratta la facoltà di cambiare la Costituzione. I parlamentari saranno eletti per 5 anni, rinnovabili senza limite. L’attuale presidente ad interim potrà portarsi candidato alle prossime presidenziali.
Se il presidente rimane a capo del Consiglio superiore della magistratura (Csm), il ministro della giustizia non potrà farne parte, impedendogli ogni pressione sui pubblici ministeri, cosa che aveva generato tanti malumori sotto i Bongo.

La riforma della Corte costituzionale (dalla sua creazione è stata presieduta dalla signora Marie-Madeleine Mborantsuo, che ha permesso di validare i brogli elettorali che hanno permesso ai Bongo di mantenersi al potere) sarà operata dalla futura assemblea costituente che sarà eletta per redigere la nuova Costituzione.

I partiti alla porta 

La polemica è subito scoppiata intorno alla misura radicale di sospendere i partiti politici (più di un centinaio) fino a quando non saranno scritte nuove regole per la loro formazione. Questi erano già furiosi per non aver avuto ciascuno che un solo rappresentante al dialogo invece dei quattro proposti. La raccomandazione viene vista come un’ulteriore sanzione. Da notare però che alcuni di questi altro non erano che una creazione del regime per indebolire l’opposizione. Per un paese di 2milioni di abitanti (stime 2020 della Banca mondiale), cento partiti sembrano veramente troppi… Trattamento speciale è riservato al Partito democratico gabonese (Pdg, che qualcuno voleva sopprimere): i leader dell’ex formazione al potere, saranno ineleggibili per i prossimi tre anni.

Saranno infine rivisti tutti gli accordi di cooperazione al fine di fare chiarezza. Nel paese è reale il sentimento che dopo 60 anni questi accordi abbiano finito per instaurare un regime di privilegi. C’è addirittura chi ritiene che il paese non si sviluppi secondo le sue potenzialità perché frenato da questi partenariati. Tutti pensano in primis al camp de Gaulle, la base militare che accoglie centinaia di soldati francesi dai giorni dell’indipendenza. Un certo sentire antifrancese serpeggia anche in Gabon…Ma non verrà chiusa, bensì si procederà a una revisione degli accordi di difesa con la Francia, anche perché i soldati francesi forniscono la formazione degli eserciti dei paesi della Ceeac, la Comunità economica degli stati dell’Africa centrale.

Ora tocca all’esecutivo passare gli atti. Una bella sfida per i militari. Cui diamo il tempo di leggersi le raccomandazioni e tenerne conto. Governo e ministero della riforma delle istituzioni saranno in prima linea per farle applicare.

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